mercoledì, 31 agosto 2005

   Sono una figlia degli anni ’80, marchiata a vita da certi stupidi ritornelli; in questo periodo mi sveglio sempre con il tormentone dei Righeira, che tra l’altro non c’entra quasi niente con me. Un anno se ne va, sto diventando grande; io faccio il compleanno in pieno inverno. Ma tant’è.
   Oggi finisce agosto, le giornate sensibilmente si accorciano e domani i miei colleghi di ruolo tornano a scuola; abbracci, baci, racconto delle vacanze, collegio docenti. Litigi. Urla e strepiti. Perché tutti se la sono legata al dito quella volta in cui e anche quell’altra quando, e quest’anno perbacco non ci si fa fregare di nuovo.
   Come sempre ci si confronterà sui fondamenti dell’autonomia scolastica, per esempio: le ore di lezione le facciamo da quarantacinque, cinquanta, cinquantacinque o sessanta minuti?
   Io da precaria non arrivo mai in tempo per il primo collegio, ma basta ascoltare le polemiche che si trascineranno tutto l’anno per averne un’idea. Perché, comunque la si metta, nessuno è mai contento. Il pedagogo all’avanguardia dirà che la curva dell’attenzione discende dopo 45 minuti; il cinico obietterà che gli studenti non stanno attenti nemmeno cinque minuti di fila e lui non ha nessuna voglia di fare i rientri pomeridiani per recuperare le frazioni orarie del mattino.
   Quando ero studentessa io, si entrava alle 8.30, si usciva alle 13.30 e a nessuno era mai venuto in mente che un’ora potesse durare un numero variabile di minuti e non necessariamente sessanta.
   Anche perché una volta presa una decisione, quale che sia, gli studenti della centrale obietteranno che gli orari non coincidono col passaggio dei bus, ma se anticipiamo o posticipiamo di qualche minuto saranno gli studenti della succursale a lamentarsi perché il bus sarà stracolmo quando arriva da loro e dovranno aspettare il prossimo.
   I genitori stessi verranno a lamentarsi, divisi in due partiti: quelli che “fare aspettare le loro creature alla fermata del pullman d’inverno, al freddo, ma siamo matti!”, quelli che “il rientro pomeridiano è una bella cosa, ma durante la pausa pranzo chi li sorveglia? E se succede qualcosa? E se finiscono sotto un’auto mentre attraversano per il bar?”
   Come se fossero i figli di qualcun altro, quelli a cui consegnano un centone a serata e li lasciano in giro da soli fino alle quattro, cinque del mattino.
   Poi si discuterà del giorno libero; che quello sì che è una altro fulcro dell’autonomia. I legalitari proclameranno “sabato per tutti”, perché si sa benissimo che avere il weekend libero è un privilegio concesso solo ad alcuni e bisogna farsi amici i colleghi della commissione orario. Quelli che invece preferiscono uno stacco infrasettimanale protesteranno.
   E si discuterà in toni accesi del concetto stesso di democrazia, col rappresentante sindacale che grida fascisti e il j’accuse dei colleghi anziani perché la scuola non è più quella di una volta. Si farà baccano quel tanto che basta a risvegliare il collegio dal torpore. Poi torneranno tutti a leggere il giornale, votando una cosa qualsiasi.
   Ed infine, criteri di valutazione e disciplina. Perché bisogna essere inflessibili e dare un’educazione ai giovani; anzi no, è necessario comprenderli ed avvicinarsi al loro mondo; sì, ma poi si rischia il caos; sempre meglio della frusta; ma non temono più nemmeno i rapporti; il dialogo ci vuole, per costruire il rispetto.
   E l’esempio.
  Su questo il preside di una delle scuole in cui ho insegnato era stato chiaro. Bisogna dare un esempio positivo, controllare il comportamento e il linguaggio, riprendere le volgarità: «Perché ‘sti stronzi sono tutti dei gran figli di puttana!»
   Ah, ragazzi, quanto mi manca tutto questo!

Mitilene è passata di qui alle 10:54


martedì, 30 agosto 2005

   SMS di una delle mie prime alunne; mi comunica di essersi diplomata quest’anno, trionfalmente. Si è goduta le meritate vacanze in Toscana con la famiglia e adesso sta per ricominciare.
   Non l’università, la scuola. Si iscrive daccapo a un altro indirizzo. Perché l’università è improponibile e lei sola a casa non può restare.
   Questa ragazza ha una paresi cerebrale dalla nascita; non cammina, scrive lentamente e con estrema fatica, perché il suo unico braccio disponibile non è che lo sia poi molto; allo stesso modo l’uso del computer le è quasi impedito. Anche parlare le riesce difficile; risponde sì e no, qualche breve frase e poi l’eloquio diventa sempre meno comprensibile.
   Naturalmente il suo diploma è riferito al programma individualizzato e non a quello ministeriale. Ma non importa: alla fine delle lezioni meglio riuscite, veniva sempre a ringraziarci per averle insegnato qualcosa di nuovo.
   Per tutto un anno scolastico ci siamo chiesti cosa le passasse per la testa, perché qualcosa c’era e si intravedeva chiaramente dallo sguardo attento, dai sorrisi, dai cenni del capo e da certe contrazioni muscolari correlate agli eventi.
   Desiderava un cellulare; “perché ce l’hanno tutti” dicevamo noi, “per sentirsi uguale agli altri, povera piccola”. Poi abbiamo capito che col telefonino le sarebbe stato più facile comunicare; non parlando, si intende, ma con gli SMS. Il tastierino è piccolo, bastano un dito e pochi piccoli movimenti. 
   A chi o cosa avrebbe scritto, non sapevamo dire; non aveva molti amici e poi certo, il danno neurologico avrà compromesso le capacità cognitive. C'era scritto sul suo fascicolo. 
   Abbiamo tentato l’esperimento; i genitori le hanno regalato un cellulare bello grosso e comodo da maneggiare, lei ha memorizzato i nostri numeri e questo è il primo sms che mi ha scritto: «Sei brava, però forse dovresti capire che fare la prof non è come fare la psicologa. Su questo riflettici.» 
   Prima pensavo che l’etichetta “diversamente abile” fosse la summa dell’ipocrisia umana. Prima.
   Adesso sto zitta, così imparo.

Mitilene è passata di qui alle 11:46


lunedì, 29 agosto 2005

Se non ci credete, adesso vi mostrerò i miei poteri telepatici, svelando il contenuto del vostro hard disk.
 
Un attimo di concentrazione, prego.
 
Pensate intensamente alle cartelle del vostro disco fisso.
 
Fatto?
 
Bene, adesso col dito indice della mano sinistra accarezzate il Potente Mantra 
"Ohmdidiohm
per stabilire il contatto mentale e poi cliccateci su.
 
(Col mouse, pirla, non col dito!)
 
Paura, eh?
 
Se volete sviluppare anche voi i talenti nascosti della mente, seguite la via del Maestro

Mitilene è passata di qui alle 09:14


domenica, 28 agosto 2005

   Questa è Zia Santa, donna di bella testa e grande cuore che ha attraversato indenne un secolo e un millennio, senza mai perdere la sua allegria.
   Alla festa dei cent’anni le abbiamo chiesto di raccontare la sua vita. E lei, di fronte ad invitati, videocamere e obiettivi, rispondeva con una alzata di spalle: «E che vi devo dire? Una vita di lavoro, la mia. Niente di speciale.»
   Nata il 24 febbraio 1905, Zietta passa i primi anni negli agi e supera il terremoto di Messina (1908, tzunami anche quello), ma la Prima Guerra fu dura. Il padre morì, l’azienda andò in rovina e lei, insieme ai figli più grandi (erano in cinque) lasciò gli studi e andò a lavorare. Si impiegò in una ditta di prodotti chimici e lì trascorse i suoi giovani anni e il resto della sua vita in seguito, sposando il figlio dei proprietari.
   Ma il fidanzamento fu lungo, la via alle nozze tortuosa e la storia nel frattempo incalzava.
   Due dei fratelli si arruolarono nella PAI (Polizia dell’Africa Italiana). Si andava in Africa perché le Colonie erano il futuro; lo scrisse perfino Pascoli, che fino a poco prima sembrava interessato solo alle sfighe di casa sua. Si andava in Africa perché il Re d’Italia necessitava di un Impero. Si andava in Africa perché le colonie più ricche se le erano già presi gli altri.
   In quanto ai fratelli di Zietta, ci andarono perché lo stipendio era più alto e potevano mantenere la famiglia. Certo che sempre di guerra si trattava e fu tutto un bombardamento di cannoni e artiglieria leggera. Uno dei fratelli scriveva dal fronte: «Sono in trincea, proprio in questo momento i proiettili mi fischiano sulla testa» e la zia (che ricorda questa frase ancora oggi), leggendo le lettere alla madre faceva una pietosa opera di censura, inventando di sana pianta quando non c’era cos’altro prendere.
   E poi la Seconda Guerra. Fu deludente dal punto di vista di mia zia: «La Grande Guerra fu la Prima, coi soldati che si affrontavano faccia a faccia. Quest’altra che guerra fu, con gli aerei che bombardavano pure noi cristiani che non c’entravamo niente? Una vigliaccata era, non una guerra!».
   Mussolini però non si tocca. Non tanto per ideologia, ma per una questione pratica: Mussolini ha costruito la scuola elementare di fronte a casa sua e il palazzo delle Poste Centrali. Tutti e due solidi e incrollabili; non come i palazzi di oggi, che c’è da rifare la facciata ogni cinque anni se no i balconi cadono a pezzi.
   Mussolini aveva fatto bene pure i gradini degli autobus; bassi, larghi, comodi. Su quelli di oggi, invece, non si può più salire per quanto sono ripidi. Ovviamente, dai gradini fascisti all’ultima volta che ha preso l’autobus è passato quasi mezzo secolo sulle ginocchia della zia; ma lei non è disposta ad ammetterlo.
   E le sue ginocchia ne hanno viste tante.
   Durante la Seconda Guerra, appunto; la benzina era requisita dall’esercito, i palermitani erano sfollati nei paesini, eppure bisognava andare in città a lavorare. Lei doveva in qualche modo raggiungere la ditta; e allora sveglia alle quattro del mattino, in marcia dal paesino di mare al centro città a piedi, una giornata intera di lavoro e ritorno dal centro al paese, sempre a piedi. Il giorno dopo, uguale.
  Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le cose sembravano volgere al meglio. Quanto meno, nessuno di loro era morto sotto i bombardamenti (né per altre cause) e questa era già una buona cosa. Quando si trattò di votare al referendum per la repubblica, zia scelse la monarchia.
   Per spiegare perché, racconta sempre la storia di Donna Pidda, una tizia del suo quartiere, molto pittoresca:
   «Donna Pidda era una di quelle fimmine strafalarie, che però la sapeva lunga. Quando le chiesero: e vossia per chi ha votato? Donna Pidda rispose vuciando a destra e a manca: “Io votavu pu Re; perché iddu almeno i cavusa sutta ci l’havi; invece chiddi ca vennu, ancora si l’hannu a fari!”». E non si può dire che la storia le abbia dato torto.
   Vinse la Repubblica, tuttavia. Ma la Zia aveva capito che l’una vale l’altra, e non si preoccupò più di tanto.
   E nemmeno si preoccupa della storia contemporanea. Dopo un secolo, si ha il tempo di credere negli ideali, vederli crollare e dedurre che sono tutte vanità. Le grandi ideologie del secolo scorso hanno avuto una vita più breve della sua.
   Non parliamo di oggi, che nemmeno gli ideali li fanno più come una volta.
   Per questo, forse, da ragione ad una delle pensionanti della casa di riposo; una vecchietta che si piazza davanti alla tv e inizia a turpiloquiare. Chiama puttana chiunque appaia; velina o politico che sia. Anche le signorine della pubblicità e quando le gira, pure il Papa che recita l’Angelus.
   Da tempo Zia ha smesso di guardare la tv; perché l’udito non la accompagna e in definitiva non gliene frega nulla di cosa succede. Solo stragi e ammazzatine, dice. E lei non ne può più di vederne.
   Lo diceva decenni prima del terrorismo islamico e decenni dopo il terrorismo nostrano, e continua a sostenerlo.
   Non credo che distingua più bene gli eventi: Torri Gemelle, Madrid, Londra, Piazza Fontana, Stazione di Bologna. Che cambia? Se hai chiaro il principio, i dettagli servono solo a confondere le colpe.
   Quando le chiediamo come sta, risponde sempre che lei ormai è a posto. È per noi che si preoccupa.

Mitilene è passata di qui alle 14:27


sabato, 27 agosto 2005

   Sta spuntandomi il terzo dente del giudizio. Fa un male boia, che naturalmente è iniziato venerdì sera. Mi nutrirò di antidolorifici  e antinfiammatori fino a lunedì mattina, sperando che il dentista sia tornato dalle ferie.
   Niente, tutto qui. Mi sembrava giusto rendervi partecipi.
Si narra che Pascal, per distrarsi dal mal di denti, si applicò a risolvere il problema della cicloide e ovviamente ci riuscì.
   Io, che la cicloide non so nemmeno cosa sia nè che problemi abbia, mi limito ad ululare di dolore.
   Perché la matematica non è un’opinione, ma nemmeno il mal di denti scherza.
                                Mitilene dixit.
 
   PS: mi dicono adesso dalla regia che la cicloide è una curva definita come la traiettoria di un punto fisso su una circonferenza che rotoli senza slittamento su una retta. Insomma; un puntino su una ruota di bicicletta, che curva credete che tracci per aria?
   Una circonferenza, dite. No. Perché nel frattempo la ruota si sposta e lui pure.
   Se volete saperne di più, pigiate qui sopra col ditino.

Mitilene è passata di qui alle 09:15


venerdì, 26 agosto 2005

   Inconvenienti Nulllificanti Pagamento Soldi.
Stamattina sono andata all’INPS a chiedere come procede la mia pratica. La solita indennità di disoccupazione da insegnante, che presento ogni anno e che ogni anno prima di essere evasa semina una quantità di cavilli che nemmeno il Dottor Azzeccagarbugli con tutti i capponi riuscirebbe a starle in pari.
   Secondo me, da qualche parte, c’è un Direttore del Servizio Disservizi a capo della divisione Complicazione Pratiche da Evadere. Uno pagato fior di quattrini per inventare il modo di ritardare i pagamenti senza violare le disposizioni di legge vigenti. Mi metto nei suoi panni, non dev’essere facile. Soprattutto perché con ogni utente bisogna inventare una strategia nuova ad ogni nuova richiesta. Ci vuol fantasia, inventiva e rigore; un vero talento manageriale. Noi insegnanti precari, che torniamo ogni estate, siamo i suoi peggiori nemici.
   C’è da dire che ultimamente l’INPS ha cambiato strategia. Fino a due anni fa, il Direttore poteva contare su una squadra di sabotatori da disseminare agli sportelli; gente famelica, che avevi quasi paura ti azzannasse il braccio quando andavi a chiedere soldi.
   A me è toccata, modestamente, la sabotatrice più professionale; direi quasi impeccabile.
   Il primo anno mi contesta la carta di identità: è del novantanove, mi dice subito.
   Correva l’anno duemiladue, la carta vale cinque anni. Che problema c’è, chiedo.
   Va bene, però lei ha la residenza diversa dal domicilio.
   La residenza e il domicilio sono due cose diverse, infatti.
   E poi questa carta è stata rilasciata da un altro comune ancora. Che ci faceva lei, lì?
   A parte che saranno ben fatti miei cosa ci facevo, puntualizzai io che inziavo ad infastidirmi, mi trovavo a passare di lì, mi hanno rubato il portafogli e ho dovuto richiedere i nuovi documenti.
   È strano; concluse lei, guardandomi con sospetto. E andò a chiamare il direttore. E il direttore mi diede ragione.
Però, sono certa, prima di tornare da me avranno confabulato in corridoio. Il direttore, senza perdere la calma, avrà detto: tutto sotto controllo, non si agiti. Applichi la strategia Quarantasette Bis. Facciamole capire chi è che comanda, qui.
   L’impiegata infatti mi consegna una quantità di moduli da compilare e saluta scoprendo le zanne.  Torno qualche giorno dopo con quanto richiesto e lei mi accoglie con un sorriso sinistro. Se tornano, avrà suggerito il direttore, aggiungete la Variante Sedici.
   Al terminale risulta che lei è ancora sotto contratto, mi dice.
   Macchè, rispondo io. Dev’essere un errore.
   Allora vada a far correggere il profilo: piano secondo, stanza sedici, sportello tre. Divida per cinque col resto di due e riporti quattro.
Quest’ultima cosa, ovviamente, l’ho inventata io. Però suona bene. Insomma, vado, correggo e torno. Mi faccio anche fare due stampe del profilo; una copia da consegnare e una la tengo io per sicurezza.
   Uscii trionfante; avevo vinto.
 
   L’anno dopo torno con tutta la documentazione e il profilo corretto, a scanso di equivoci. E l’impiegata, sempre la stessa, mi comunica che non possono pagarmi nulla.
   Non ha maturato l’anzianità necessaria, mi dice trionfante.
   Scherziamo? L’anzianità aumenta con gli anni; se l’anno scorso era sufficiente, adesso a maggior ragione. Ho un anno in più di contributi versati, altre settimane di lavoro. Com’è possibile?
   Uhm, fa lei. E si arrende all’evidenza.
Segno che i tempi stavano cambiando…
 
   Oggi per esempio ho appreso che l’anno scorso hanno dimenticato di pagarmi gli ultimi dieci giorni; una miseria in euro, ma se non chiudono la pratica precedente non possono aprire quella attuale. E qui si tratta di qualche migliaio, per cui mi sono preoccupata un attimo.
   Gli impiegati nuovi sono di una gentilezza unica e melodiosa; solo che ad ogni richiesta si scontrano con un problema di procedura incomprensibile, che non dovrebbe esserci perché qui risulta tutto a posto, eppure la pratica è stata bloccata, anche se i codici sono esatti, davvero chissà come mai capitano queste cose, un contrattempo addirittura che risale all’anno scorso, che vergogna, come la capisco, sono spiacente mi creda, prendo il suo numero di telefono e la richiamerò al più presto.
   Più o meno quando?
   Inizio settembre, primi giorni, perché il sistema informatico accetta queste elaborazioni solo una volta al mese. Non possiamo farci nulla, sa è proprio così che è stato programmato, non dipende da noi modificare le impostazioni, fosse per me lo farei subito, ma lei capisce.
   Capisco. Per forza.
Temo che sarà dura, quest’anno.

Mitilene è passata di qui alle 14:41


giovedì, 25 agosto 2005

   Nei lunghi giorni di vacanza, vado a scartabellare nella dvdteca della Ciù.
   Mi è capitato fra le mani un film che avevo visto al cinema anni fa; ero andata per dovere. Non puoi andare a Roma e non visitare il Colosseo; non puoi andare a Firenze e non vedere gli Uffizi. Non puoi essere lesbica e non presenziare quando esce un nuovo film a tema.
   Nel caso specifico, questo era una vera schifezza.
   Lost and Delirious, tradotto assai banalmente come L’altra metà dell’amore (Léa Pool, 2001, con P.Perabo, J.Parè e M.Barton), è un film di quelli che si distruggono benissimo da soli, man mano che li guardi e dici: nah, non è possibile, non ci credo, non si può!
   La trama? Una ragazzina timida e impacciata a cui manca l’amore della famiglia, entra in un college femminile in cui gli unici adulti sono due insegnanti e un giardiniere. Sì, la direttrice che insegna anche letteratura e la giovane docente matematica. Stop.
   E non nel senso che queste due insegnanti sono le figure principali e gli altri stanno sullo sfondo; no, proprio gli altri non ci sono. Non si vedono mai, nemmeno di striscio, nemmeno come comparse anonime.
   Che quando guardi le scene corali (il picnic sull’erba, la festa danzante) con ‘ste uniche due tizie, lasci da parte tutta l’atmosfera emotiva in cui si dovrebbe essere immersi e pensi che dovevano proprio essere alle strette col budget.
   Insomma, la ragazzina timida (Mouse) entra in questo college con due sole insegnanti, in cui si studiano due sole materie. Le due insegnanti che (non par vero) ricordano Shirley McLain e Audrey Hepburn di “Quelle due”, sembrerebbero lesbiche e hanno qualche piccola divergenza d’opinione: secondo stereotipo, la profia di mate è dura e inflessibile, quella di lettere è saggia e comprensiva.
   Se non che, di comune accordo, vanno a rompere le uova nel paniere all’unica coppia lesbica di studentesse (Pauline e Tory), piazzandole in stanza la nuova venuta. Che da quel momento assumerà il ruolo di cetriolo in mezzo all’insalata.
   In verità, Mouse dovrebbe essere la voce narrante, l’adolescente che impara il senso dell’amore e il prezzo della libertà. Ma siccome è cretina come la calia, immagina che le due compagne stiano facendo le prove generali per quando avranno un fidanzato e ci mette un bel po’ a capire l’antifona.
   Nel frattempo tutte quante vanno correndo; per i boschi, lungo i viali, intorno al palazzone, di notte, di giorno, abbigliate nei più vari modi (compresi quelli meno adatti alla corsa nei parchi, tipo in pigiama). Correndo, correndo, Pauline trova una poiana ferita e decide di prendersene cura, perché lei ha tanto bisogno di amore e libertà.
   Ad un certo punto, svolta drammatica: la sorellina di Tory entra in stanza con le amiche, la sorprende in atteggiamento intimo con Pauline e, vivaddio, almeno lei capisce di che trattasi. Lo scenario piega verso il massimo della prevedibilità: Tory, la fanciulla di buona famiglia, per salvare le apparenze smolla l’amata e si trova un ragazzo. Neanche a dirlo, il primo che incontra correndo nei prati.
   L’abbandonata Pauline prima si impenna in declamazioni liriche shakespeariane (una citazione che fa tanto “L’attimo fuggente”), poi si arma di cappa e spada e va per ammazzare in duello il rivale, come ai bei vecchi tempi. Ecco che ci risiamo; una fa la donna e l’altra fa l’uomo.
   Pauline è pronta a morire per amore, il ragazzo comprensibilmente no.
   Ciò forse spiega perché continuiamo ad affannarci dietro alla parità dei sessi: quando gli uomini fanno un’ idiozia, noi li guardiamo con distacco; poi, nel timore di esserci perse qualcosa, li imitiamo non appena loro smettono di farla e  ne iniziano un’altra.
   Comunque.
   Segue parapiglia, tutti accorrono per fermare i duellanti e si precipitano verso il college per chiamare aiuto.
   Nel tempo che impiegano loro tagliando per il parco, Pauline ha già fatto il giro largo tra i boschi, ha recuperato la poiana, si è inerpicata sui tetti e sta per buttarsi di sotto.
   E chi guarda, come al solito, si dice: “Mah!”
   Si butta? Certo che sì (cfr. “Il pozzo della solitudine”). Lei si sfracella in terra, ma la sua anima prende il volo insieme alla poiana.
   Tutte piangono, varcando l’età adulta e lasciandosi dietro l’adolescenza.
   In effetti: "Mah!"

PS: Vi chiederete: e il giardiniere che c’entra? Niente; stava lì e dispensava consigli

Mitilene è passata di qui alle 09:55


mercoledì, 24 agosto 2005

   Ricevuto SMS di Arianna dal repartino psichiatrico, ore 22.58
   “Quella della stanza in fondo stasera mi sembra patologica. Si è incazzata all’improvviso, ha insultato una degente e dice che tutti dobbiamo provare vergogna. Mah! Uno normale proprio non c’è qui!”
   Mi ricorda quando Arianna, che ha aperto un blog prima di me, mi raccontava di com’è l’ambiente. E io le rispondevo: maddai, mi sembrano tutti squinternati questi della blogosfera!
  
 Appunto. Guarda dove sono finita.

Mitilene è passata di qui alle 08:40


martedì, 23 agosto 2005

   Questo sono io.
   Le mie umane mi hanno chiamato Matisse Antonio Primo detto “Il Bellacoda”, perché a loro il Barone Rampante di Calvino (che ha chiamato il bassotto Ottimo Massimo) gli fa un baffo.
   Sono un Europeo Tigrato, più esattamente un Brown Tabby Blotched, perché sappiatelo, la nostra è una vera razza riconosciuta, anche se tutti ci liquidano come gatti qualsiasi. Ma tanto, che lo racconto a fare? Le mie umane non capiscono niente.
   Pensate che nei siti di argomento si dice che gli umani che ci scelgono sono culturalmente evoluti, una razza molto selezionata che ama ed apprezza l’essenza felina. Sì, come no; l’umana che mi ha preso nemmeno lo voleva, un gatto! Figuriamoci scegliere la razza; le sono capitato in braccio io (ero un cucciolo di nemmeno un mesetto), lei si è intenerita e mi ha portato via dalla campagna.
   No, dico, vi rendete conto? Dalla campagna ad un buco di appartamento. Adesso si lamentano se faccio gli agguati alle loro zampe, se soffio contro la gente e ogni tanto tiro qualche graffione. Datemi dei topi da inseguire, allora. Oppure un passerotto sugli alberi; tutto, ma non le palline di stagnola, per carità.
   Vabbè, le prime volte poteva essere divertente; corri dietro, ma giusto due balzi, che loro si fermano e non ne vogliono sapere di scappare nemmeno se le agguanti con una zampata. Anzi, quando le agguanti non cacciano nemmeno un gridolino, nemmeno un filo di sangue, sono fredde e dure. Ecco perché continuo a giocare con le vostre zampe, umane tonte che non siete altro.
   Una volta hanno chiamato una comportamentista, perché mi trovano aggressivo. La tipa è entrata in casa con un enorme borsone blu e ha tirato fuori da lì uno spruzzino ad acqua per le piante. Ha senso, secondo voi?
   Io avevo capito tutto; questa se le intorta con due scemate e si fa pagare a peso d’oro. Beh, io ci ho provato a proteggere le mie umane; ho intimato alla tipa di andare, ma lei mi ha innaffiato. Mi ha inseguito per tutta casa con quel dannato spruzzino, senza che le mie umane facessero nulla per aiutarmi. Ve la siete voluta, dico io; e infatti le umane tonte hanno sganciato un centinaio di euro per sentire dire le stesse cose che dicevo io già da un anno gratis; l’appartamento è piccolo e mi sento represso.
   La tipa ha consigliato di farmi uscire dal balcone: sarà più esposto a malattie e rischi mortali, ma la qualità della sua vita sarà favolosa per poco che durerà. Stavo per toccarmi, solo che… lasciamo perdere, è meglio.
   Volete saperlo? La mia umana si lamenta perché le tirato due unghiate in un occhio; uh, all’oftalmico d’urgenza, la benda, l’antibiotico, certe scene! Ma ero solo un cucciolo, stavo giocando. Che ne so; mia mamma sapeva difendersi benissimo dagli artigli quando giocavo con lei. È forse colpa mia se queste umane sono imbranate?
  
E comunque, sapete cosa mi hanno fatto loro, invece? Mi hanno preso con l'inganno. Ecco una grande bugia degli umani a cui non credere mai: “entra nella gabbietta, sarà divertente!”.
   Non so cos’è successo, ma quando mi sono svegliato ero tutto pieno di tintura di iodio proprio ; e lì non c’era più niente. Che onta, che vergogna. L’occhio della mia umana è tornato come prima, ma io? Castrato a vita e senza mai conoscere gattine.
  
Che devo fare? Mi sono adattato. Almeno qui sto tranquillo, al caldo, ben pasciuto.
  
Oggi compio due anni; c’è anche di buono che le mie umane ogni tanto mi scodellano qualcosa di speciale. Uno yogurt, un budino al latte dei loro, un po’ di formaggino spalmabile… oh, sì, meowmeow, ancora, prrrr, ancora…
  
Felini miei, cosa non si fa per vivere!

Mitilene è passata di qui alle 09:57


lunedì, 22 agosto 2005

   E già vedo i contatori impennarsi; spero solo quelli, anche perché devo darvi una notizia deludente. Per essere esatti si parla di etero-omo-transessualità e concetto di gender e se ne parlerà in modo accademico, per chiarire un equivoco generato dalla brevità commentando un post su “Wlamatematica!”. Non intendevo aggiungere un quinto sesso; adesso provo a spiegarmi meglio.
   Parlare di terzo e seguita sessi è un modo di dire, uno slogan che ha avuto successo perché semplifica l’argomento, che invece è molto complesso e variegato.
   Ci sono due sessi (M/F) a cui appartengono gli/le eterosessuali, glie/le omosessuali (un gay è di sesso maschile, una lesbica di sesso femminile e fin qui non ci piove), il travestitismo e i/le transessuali che intendono operarsi o lo sono già.
   Attenzione alle declinazioni: i maschi che stanno per cambiare sesso sono LE transessuali (MtoF), le femmine che fanno il percorso inverso sono I transessuali (FtoM). Al contrario, insomma, e giustamente visto che l’altro è il sesso a cui desiderano/stanno per  appartenere. Alla fine della transizione, i/le transessuali saranno anatomicamente e legalmente riconosciuti/e come appartenenti ad uno dei due sessi (M o F) secondo il caso.
   Quello che a noi sembra uno stadio intermedio (il terzo sesso) non lo è affatto per loro, che ancor prima di tutti i riconoscimenti anagrafici, sanno benissimo a quale sesso appartengono. Una mia amica trans, già prima di operarsi diceva: io sono donna da sempre, anche quando avevo un aspetto maschile.
   Se vi sembra che fin qui sia complicato, fate un respirone prima di continuare; perché adesso iniziamo col transgender. Trattasi di persone che rifiutano proprio la dicotomia M/F; quindi di nuovo non si tratta di aggiungere un terzo sesso, ma di sottrarre i due che già ci sono. Helena Velena (MtoF, transgender) spiega: «Rifiuto cioè l'idea che ci debba essere un legame molto preciso tra i genitali, quindi il maschile e il femminile e l'identità di genere, quindi uomo e donna, e la preferenza sessuale, cioè eterosessuale ed omosessuale. Quello che io penso è che invece la totalità e l'unicità di una persona debba nascere dal coagulo alchemico di tutte le infinite sfumature di possibilità[…]».
   Ci sono transessuali omo ed etero, ci sono omosessuali travestiti, ci sono travestiti eterosessuali, ci sono bisessuali, transessuali bisessuali e qualsiasi altro incrocio possibile vi venga in mente. Anche quelli che non vi vengono in mente, perché “ci sono più cose in cielo e in terra che non nella nostra filosofia”…
   Il concetto di gender è complesso e articolato, poiché chiama in causa biologia, sociologia, antropologia, medicina, politica; in breve, la storia dell’umanità.
   Qui mi preme sottolineare il senso attribuito parola “identità”. Identità non come uguaglianza (sono identico agli altri appartenenti al mio sesso), ma identità come unicità (ciò che mi identifica tra tanti, mi rende individuo diverso da tutti gli altri a cui somiglio ma non sono).
   E questo, mi pare, riguarda tutti noi e non solo un gruppo di persone che si tende a classificare con l’infelice termine di “diversi”. Perché diversi, per fortuna, lo siamo tutti.
   Bene, la lezione è finita; se volete svolgere i compiti a casa, scrivetemi in privato e vi segnalo una bibliografia di riferimento

Mitilene è passata di qui alle 12:26


domenica, 21 agosto 2005

   Questa ve la devo raccontare, anche se l’argomento è bello che scaduto. 
   Giusto poco fa mi ha telefonato una cara amica che vive lontano; ovviamente, ognuna persa dietro le sue cose, ci si sente di rado e ogni volta si sta delle ore a ricapitolare e commentare gli eventi degli ultimi mesi.
   Sua cugina si è sposata ai primi di giugno; capisco bene che a voi (e pure a me) non ne può fregar di meno, ma era proprio il periodo dell’ultimo referendum e il prete non deve averci dormito la notte.
   Pensa: campagna contro fecondazione assistita in predica da matrimonio; e quando gli ricapita un’occasione tanto propizia?
   Insomma, dev’essersi preparato proprio bene; si è documentato, ha scritto il discorso, magari ha fatto pure le prove in sacrestia, davanti allo specchio. Voglio dire, i matrimoni riempiono la chiesa di gente e la chiesa in questione era proprio una di quelle chiese da matrimonio, rinomate in città, antica, di pregio architettonico, di quelle che tutti vogliono sposarsi lì.
   Mettici pure i filmini di nozze; quello ufficiale del fotografo più tutti i parenti che ti puntano la videocamera addosso; un ricordo che resta per sempre, poi lo si fa vedere a chi non c’era (e pure a chi c’era e si sa che repetita juvant), e che si conserva nel tempo coi DVD che oggi giorno son mica come i super8 del matrimonio dei miei, dove tutti si muovono a velocità pluriforme determinata dall’usura nastro, ma soprattutto tacciono. Cioè, boccheggiano in una sfera di silenzio.
   No, no; qui si sentirà tutto; compreso il prete dal pulpito che lancia il suo monito ai fedeli.
   Ci scommetto che ha pure cronometrato la durata del tutto, assicurandosi che la predica rientrasse nei tempi standard della ripresa. Anzi, ha preso i cinefotografi in disparte prima di iniziare, magari si è pure messo d’accordo prima con gli sposi: «Guardate, eh, che la funzione tutta intera ci sta nella cassetta. Facciamo una cosa che vi resti un bel ricordo, non un pezzo qui e un pezzo là con le riprese. Che la messa è importante tutta; specialmente l’omelia. Specialmente quella, eh!»
   E finalmente, arriva il momento. Il prete scruta la platea numerosa come di rado, controlla che le videocamere lo stiano puntando, che i microfoni (mi raccomando i microfoni, avrà detto al sacrestano) siano ben amplificati, si schiarisce la voce e dice: «Dobbiamo difendere i valori della fede, o anche l’Italia diventerà come una di quelle nazioni in cui l’aborto è una legge dello stato!»   
                 "
In te Domine speravi, non confundar in aeternum"

Ps: questa l'ho trovata nel messale gregoriano. Ma siccome ricordo poco di latino e non so niente di messali, fate un po voi. E' il "confundar" che mi lascia qualche dubbio...

Mitilene è passata di qui alle 17:36


domenica, 21 agosto 2005

   Il signor Sebastiano dev’essere un assiduo consumatore dei prodotti CalendeGreche®!
Fr i blog di raga ke sn tt +o- =, spicca per simpatia “W la matematica!” di un giovane ottantanovenne. Titolo a parte (io ke avevo 3 in mate e la profia m stv sll bll), il blog è così spontaneo e genuino che merita sicuramente una visita.
   E ancora, un altro blog antietà; queste vecchine non sembrano tanto autentiche, ma certe pagine sono esilaranti.
  
Evidentemente (e meno male) la blogosfera è territorio per tutte le età. Chissà che prima o poi non debutti in rete anche la mia scintillante zietta centenaria. Sta sempre a lamentarsi perché dice che oggi non scrive più nessuno: «E sempre peggio sarà, con tutti ‘sti telefoni che vi escono pure dalle tasche!»

Mitilene è passata di qui alle 08:43


sabato, 20 agosto 2005

   Nel repartino, come in qualsiasi altro posto, la gente cambia ma la tipologia è ricorrente. Ho lasciato in prestito ad Arianna il dizionarietto di rumeno che mi ha regalato un’alunna, perché pare che il mestiere di mediatore culturale lì dentro vada per la maggiore. È già la seconda rumena in un mese che ricoverano; una ragazzina (ragazzina? boh!) di età indefinibile, che ripete piangendo alcune parole o spezzoni di frase. In rumeno, ovviamente.
    Le prime conversazioni con le vicine di letto erano prevalentemente notturne e di questo tenore:
   «Durmist?», chiedeva lei (o qualcosa dal suono simile).
   «Da!», rispondeva l’interpellata.
   Che in effetti è il tipico dialogo che si può svolgere in psichiatria.
   La rumena precedente era una distinta signora dai modi raffinati che, vedendomi per la prima volta, mi chiese se per caso fossi matta anch’io. Non per il momento, la rassicurai. Perché qui dentro, mi confidò sottovoce, non si capisce mai chi è matto e chi no.
   Nemmeno fuori, signora mia; avrei voluto dirle.
   Mi raccontò com’è dura quando nessuno ti crede perché sei pazzo; per esempio, lei sa per certo che Ceaucescu è ancora vivo. E lo sa, perché è lei la sua vera moglie.
   Poi naturalmente ci sono i pazzi nostrani; per lo più ad interim, ma c’è anche qualcuno a tempo indeterminato come il Generale; un ex manicomiale che gira un po’ ovunque, per tutti i reparti di tutti gli ospedali. Lo chiamano così perché è convinto che dopo aver prestato servizio gli spetteranno i gradi.
   Praticamente vive lì e sembra contento: «Certo, a voi star fuori piace; ma anche qui, signorina, non è che si stia male. Questa è casa mia, lì c’è il letto: non manca nulla».
   Ogni tanto esce a far due passi, tanto son sicuri che torna. Se riesce a mettere insieme due soldi per sigarette e grappa, va al primo bar-tabacchi e quando rientra intrattiene tutti con frizzi e lazzi.
   «Ma come fa, Generale, ad essere sempre così allegro?», gli chiedono tutti.
   «Perché io bevo sempre tanta acqua», risponde lui serissimo.

Mitilene è passata di qui alle 06:19


venerdì, 19 agosto 2005

  

   Mi si dice (“Lui, lui, Alfiererosso; è stato lui!”) che scrivo troppo e illustro poco.
   Mai sia!
   Ecco cosa ha prodotto ultimamente la mia fervida (delirante?) immag-IN-azione.
   Se avete idee balzane di questo tipo e volete fare anche voi la vostra bella figura, spostatevi da questa parte.
  
   Calendegreche ® è un marchio registrato.
   (Sì, adesso da me. E allora?)

Mitilene è passata di qui alle 11:36


giovedì, 18 agosto 2005

   E con oggi si chiudono le grandi pulizie estive.
   Il risultato è decente, anche se noi siamo solo una pallida imitazione delle nostre mamme. La mia, ad esempio, vantava come prova della sua forza fisica di riuscire a spostare la lavatrice da sola.
   Ho sempre creduto che una simile prodezza fosse prerogativa esclusiva di mia madre (che era in effetti parecchio robusta), finchè la Ciù non mi ha guardato dritto negli occhi: da già che ci siamo, perché non pulire anche dietro la lavatrice?
   Non ero affatto sicura che ci saremmo riuscite, tuttavia ho visto compiersi il miracolo: non solo mia madre, ma più o meno qualsiasi adulto può spostare una lavatrice. Certo, i pochi metriquadri presenti in bagno non è che ci aiutassero molto; ma arrampicandoci sui sanitari e scavalcando la lavatrice medesima, siamo riuscite. Ed eravamo anche molto orgogliose del risultato.
   Così tanto che la Ciù non vedeva l’ora di dirlo a sua madre; ci siamo ben vestite e le abbiamo telefonato.
   La Ciù, che ha nostalgia di casa, ha comprato due videofonini in offerta; uno per sé, uno per i genitori. Tanto simpatici, ‘sti strumentini, ma richiedono una luce adeguata e la necessaria scenografia.
   Abbiamo scelto l’angolino più lindo e ordinato, lo abbiamo illuminato con tutte le lampadine disponibili e ci siamo strette davanti all’obiettivo per comunicare la notizia.
   «Abbiamo appena finito di pulire la moquette, e anche dietro la lavatrice!», ha annunciato la Ciù.
   Sua madre ha alzato lievemente il sopraciglio. Stava per dirlo (“Non lo avevate mai fatto, prima?”), ma non l’ha detto.
   Non l’ha detto, ma noi lo abbiamo sentito lo stesso.
   Poi, conscia che la missione di ogni mamma è di incoraggiare i bimbi e sostenerli nei loro piccoli progressi, la Signora Ciù ha sorriso entusiasta: «Brave, brave!», ci ha detto. «Pulite casa, ogni tanto…»

Mitilene è passata di qui alle 13:24


mercoledì, 17 agosto 2005

Sottititolo: Corinne Maier VS Amélie Nothomb
 
   È uno degli ultimi libri che mi restano dalla Fiera; un agile testo Bompiani1 scritto da una funzionaria d’azienda francese, Corinne Maier, che ha messo per iscritto e pubblicato ciò che tutti sappiamo da sempre sulla vita impiegatizia.
   Naturalmente, dopo aver salutato la ditta e potendosi mantenere con la scrittura. E così siamo bravi tutti.
   Certo, fare sabotaggio dall’interno e conservare il posto non è cosa facile. Io non ci sono riuscita affatto; né sabotare, né restare. Erano contratti interinali e col fischio che me li avrebbero rinnovati.
   Una volta però ci andata vicino; mi avevano prenotato la visita medica per l’assunzione a tempo indeterminato.
  Avrei passato il resto della mia vita in un capannino industriale, dentro un capannone industriale. Dalla finestrella vedevo le tute blu caricare e scaricare cassoni. Quando si avvicinavano, l’orizzonte si riduceva al loro faccione stampigliato sul vetro; ritira la bolla, controlla la bolla, carica la bolla, emetti la bolla, stampa la bolla, consegna la bolla. Di fronte a me un vecchio terminale con AS400; schermo nero e scritte bianche con tutti i comandi da digitare a mano.
   La mia collega era velocissima, efficiente, davvero brava. Io, con contratto interinale, guadagnavo più di lei che stava lì da anni. Ma prima, mi raccontava, prima di finire qui aveva un’attività tutta sua; una roba che fatturava un miliardo all’anno.
   E poi com’è andata, mi azzardai a chiederle.
   Me ne sono liberata, ho investito nell’attività di mio marito e ne sono orgogliosa. E tu, come sei finita qui dentro, con tutta la laurea?
   Questo era il nocciolo del problema; come laureata non mi si poteva offrire un inquadramento uguale o più basso al suo. Assolutamente ingiusto, ma io che ci potevo fare? Fare bene il mio lavoro, per lo meno.
   Beh, sì… il fatto è che tutte quelle procedure in sequenza, tutti quei numeretti da inserire, firmare, bollare, timbrare. A volte mi dimenticavo qualche pezzo, ecco. Dopo un po’ telefonava la produzione: come sarebbe che manca la lamiera? E le scorte di tubi; possibile che siano già finite? Chiedeva l’ufficio acquisti.
   Lo chiedevano a me perchè lavoravo in logistica, per l’appunto; ma avessi avuto idea di dove destinavo i pezzi!
   Chiaro che la visita medica fu annullata e io me ne tornai a casa. Poco dopo l’agenzia interinale mi propose un nuovo incarico, in ufficio questa volta.
   Altra azienda, sempre indotto auto, ma almeno avevo conquistato il piano alto; niente più oscuri capannoni rumorosi. Il lavoro sopra stavolta sembrava rose e fiori. Niente codici da inserire; anzi, il primo compito che mi affidarono fu di scrivere una lettera di protesta, pacata nei modi ma vibrante nei toni.
   Riuscite ad immaginare una cosa del genere? Bene, io la scrissi. Fu un testo ispirato; i destinatari, ero certa, sarebbero rimasti in silenzio, lo sguardo basso, a meditare contriti sui loro errori. Ricevetti perfino i complimenti dell’Amministratore Delegato, il Dottore.
   I capi lì erano due; il Dottore e l’Ingegnere. C’era anche qualche Ragioniere e Geometra, ci sono ovunque; ma il titolo spettava loro solo se maschi. Noi donne, indipendentemente da titolo di studio ed età, eravamo “signorina”. E già questo mi stava sulle balle. 
   L’unica a mostrarsi moderatamente risentita era la responsabile pensionanda della segreteria amministrativa, ragioniera e quadro. Stava preparandosi ad impegnare il tempo libero in cose che non aveva mai avuto la possibilità di approfondire; passavamo il tempo in conversazioni sull’arte e la filosofia. Ma poi se ne andò.
  
A me rimasero colleghe brave, che dico, bravissime. Vere virtuose della contabilità, assi della gestione del personale; amavano il loro lavoro e si vedeva che non stavano lì solo per lo stipendio. No, loro stavano lì per i complimenti. I complimenti del Dottore. Il regalo di natale del Dottore. Gli accenni di conversazione col Dottore.
   Io preferisco i gatti; sono più indipendenti.
   Vabbè, inutile dire che non sono tagliata per il lavoro d’ufficio. Seminai casino anche tra i loro archivi e mi diedero il benservito.
   Ho lavorato in azienda anche a Bologna, ma lì era diverso. Certo, si trattava di una azienda di medie dimensioni, ma con un fatturato rispettabilissimo. È che lì proprio la cultura era tutta diversa.
   Le mie colleghe erano studentesse universitarie; il loro impegno era apprezzato in azienda, così come la prospettiva della laurea. Tutta gente che lavorava potendone fare a meno. E stranamente, per questo motivo, aveva un rapporto più maturo con le responsabilità che si era liberamente addossate.
   Anche dentro il capannino del capannone c'era un caso simile; una ragazza ammirata per la sua dedizione al lavoro, tanto più che non aveva bisogno di andarci. Era molto, molto brava e molto, molto motivata: in occasione di uno sciopero, accolse la notizia del picchetto con gran disappunto: "Pensa tu, non posso entrare al lavoro solo per quattro deficienti di operai!"
   Insomma, la morale della storia è che chi è nato professore non può fare l’impiegato.
   Prossimamente illustrerò la mia teoria. Nel frattempo, leggetevi Stupore e Tremori di Amélie Nothomb (Ed. Voland); scoprirete che le aziende di tutto il mondo sono intrinsecamente giapponesi.

1
Corinne Maier, Buongiorno Pigrizia, Ed. Bompiani

Mitilene è passata di qui alle 22:10

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mercoledì, 17 agosto 2005

   Arianna è di nuovo "al repartino", come si dice quando non si vuol far capire di che reparto si tratti. In fondo al corridoio, dove ci sono quei tizi con lo scolapasta per cappello. O più formalmente, S.P.D.C: Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura.
   La cura non è che sia una novità rivoluzionaria; è sempre la stessa, ma almeno adesso la sta seguendo. Fa la matta ad interim; un’iniezione mensile di Serenase a rilascio graduale la lascerà tranquilla per una ventina di giorni. Sta già meglio.
   Di più, non vuole che si dica; ha pure le sue ragioni.
   E io mi mordo la lingua; ad interim.

Mitilene è passata di qui alle 12:40


martedì, 16 agosto 2005



Per festeggiare i primi 100 accessi, come Zio Paperone appendo qui la mia Numero Uno!

Mitilene è passata di qui alle 21:46


martedì, 16 agosto 2005

   Abbiamo pranzato cinese a casa; take away.
Anna ci riconosce al telefono dall’ordinazione: «Vorremmo spaghetti di riso ai tre deliziosi, senza gamberi…», e lei continua da sé: «Llavioli gambeli, anatla con spezie, bambùfunghi saltati». Sì, siamo noi.
   Tempo di arrivare e le nostre vaschette sono pronte. Vedendomi da sola, Anna subito chiede: tua amica dov’è? Oggi lavolo?
   Ci mancherebbe. Almeno oggi la Ciù aspetta in casa e riposa.
   «Qui semple apelto! Oggi ventuno plenotazioni!» Dice lei, radiosa, e mi indica la sala che in effetti è già abbastanza piena di variegata umanità.
   Ora, se ci sono ventuno persone che prenotano (più altre che non hanno prenotato) per pranzare in un ristorante cinese della periferia cittadina il giorno di ferragosto, non venite a raccontarmi che l’economia è in crescita, il PIL sta risalendo e si lavora per rilanciare il turismo.
    Per quanto la cucina di Anna sia squisita.
   Noi, almeno, abbiamo spazzolato ogni vaschetta; ognuna le sue, tranne bambù e funghi che è un piatto condiviso poiché la Ciù ama il bambù e odia i funghi; io al contrario.
   Non so se avete presenti i funghi cinesi. La Ciù ne punzecchia uno dal mio piatto con la punta delle bacchettine, lo ispeziona con attenzione, lo tira su lasciando gocciolare il sughetto, lo annusa circospetta e poi lo mangia, masticando vistosamente la polpa carnosa. E non ha un’espressione compiaciuta.
   «Bleah! Ma come fai a mangiare ‘sta roba? Sembra la suola di gomma delle Nike!»
   «Che ne sai! Le hai mica mai ass…»
   «Non chiederlo» mi ingiunge, puntandomi contro le bacchette. «N-o-n chiederlo».
 
   E a proposito di robe orientali, parliamo di origami. Nel ristorante di Anna, fra l’ordinazione e la consumazione, passo il tempo a studiare come piegano i tovaglioli. Con la carta, il meglio che riesco ad ottenere è un aeroplanino sbilenco; già la barca è troppo difficile per me.
   Immaginate quindi con quale accanimento mi dedichi a piegare magliette da un paio di giorni, dopo aver visto questo