sabato, 28 gennaio 2006

Mercoledì 18 gennaio ero in auto, andavo a scuola, e come d’abitudine ascoltavo la radio. Ero su Isoradio, trasmettevano il notiziario del mattino. E mi pareva d’aver sentito proprio questo:
Cioè, sulle prime ho pensato di aver capito male; insomma, mi ero svegliata da poco, quei quattro neuroni reattivi che ho erano impegnati nella guida, possibile che avessi sentito fischi per fiaschi. Quindi non ho detto nulla. Non ho nemmeno chiesto ai colleghi a scuola, per non farmi ridere dietro: “Vabbè, che ne sarebbe pure capace, ma dire davvero una scemenza del genere!”, avrebbero risposto.
Ne ho parlato solo con la Ciù (perché della Ciù posso fidarmi, lei sa che ogni tanto dico cose sconclusionate), che si è prodotta in uno sguardo di commiserazione. Non so se nei confronti miei o di lui, perché ha detto solo: “Ma dai, che cretinata!”
E allora, nel dubbio che si riferisse a lui e non a me, ho argomentato che una affermazione simile per quanto oggettivamente cretina, se ci si sofferma un attimo a pensare rivela tutta una associazione di idee piuttosto preoccupanti.
In definitiva, Chi è che non può mentire per definizione?
Ecco. Appunto.
Ed ora che ho la certezza di non essere io ad avere le allucinazioni, parliamone pure.

Mitilene è passata di qui alle 17:44


giovedì, 26 gennaio 2006

Sarà per la morale cattolica imperante, ma a me questa cosa di compierne trentatre mi sa un pò di roba che porta sfiga…

Mitilene è passata di qui alle 19:23


mercoledì, 25 gennaio 2006

Come da programma per il Giorno della Memoria, ieri abbiamo accompagnato le classi ad una conferenza sullo sterminio nazista del popolo Rom.
   Sala del Comune, rotonda con soffitto a vetri (non oscurabili) e varie altre vetrate ugualmente a giorno; praticamente l’ideale per proiettare un documentario senza che si veda.
    E a dirla tutta, anche l’audio non era un gran che.
Conclusione con discorso di una mediatrice culturale che riepiloga la storia delle persecuzioni, perchè non s’era capito nulla dal documentario. I ragazzi non vedevano l’ora di andar via e nel frattempo facevano un po’ tutti i fatti loro.
    Sbadigliavamo anche noi, del resto.
Su pressante invito, qualche alunno ha posto un paio di domande sulla storia passata e un altro si è informato circa la differenza fra Rom e Sinti; credo più per educazione che per interesse.
E poi sono schizzati fuori al primo segnale di liberatutti.
Tipico intervento autoreferenziale, che non tiene conto del pubblico e ovviamente non funziona.
   Nessuno che abbia sollevato, nemmeno per spirito di provocazione (e sarebbe stato almeno un bene farlo), la questione dei campi nomadi oggi, dell’integrazione sociale dei Rom oggi, di cosa ne pensano i ragazzi di oggi sulla gente che incontrano oggi per strada.
Possibile che nessuno di ‘sti ragazzi abbia dato voce al pregiudizio, agli stereotipi, alla discriminazione, al perbenismo? Son diventati tutti di ampie vedute ad un tratto? Hanno delle vedute, ‘sti ragazzi? O è come parlare al muro? Ritengono che l’argomento zingari sia già felicemente superato, indifferente, irrilevante, chisenefrega, nonmiriguarda?
Sì, avrei preferito di gran lunga che le proteste si levassero a gran voce: «Ma ‘sta gente non lavora, ruba, mendica per strada. Si meritano di essere discriminati perchè puzzano, non si lavano e vestono di stracci! Che venite a raccontarci, che bisogna pure dare a casa a questi pezzenti?»
Sarebbe stata una reazione autentica, su cui fondare un dibattito coinvolgente.
   Quello che racconta dei furti in casa, quell’altro che però non è vero che sono tutti così, e se nessuno li assume come fanno a trovare lavoro, anche se pure loro dovrebbero adattarsi alla nostra cultura, ma no fanno bene a conservare la propria.
E invece, neanche una piega. Indifferenza cortese verso gli organizzatori, per paura degli insegnanti dietro.
Ogni volta che partecipo a queste iniziative, ho il terrore di creare mostri. Anni fa, stessa giornata, documentario sulla deportazione degli ebrei; lunghe file di disperati, ammassati nei convogli, spinti a forza, laceri, terrorizzati. Stesso silenzio in sala.
«Cosa pensate di quel che avete visto?», chiediamo ad una classe.
«Che facevano bene ad ammazzarli, perché erano brutti e sporchi», ci hanno risposto.
     E, per favore, finiamola di raccontarci che la colpa è delle nuove generazioni.

Mitilene è passata di qui alle 22:17


mercoledì, 25 gennaio 2006

Ho appena terminato il mio miglior pezzo di avvocatura. Due giorni per scrivere: una diffida al vecchio gestore telefonico ed una al nuovo, un esposto alla Procura della Repubblica, uno al Garante per le Comunicazioni Elettroniche e un altro al Garante per la Concorrenza, una lettera a varie associazioni di consumatori e due righe sulla posta dei lettori di qualche quotidiano. E naturalmente ve lo dico anche sul blog: non cascateci, non chiedete la portabilità. È una mezza truffa ai danni dei consumatori, con tanto di pubblicità ingannevole. Esiste una specie di vincolo, che però non si è capito quanto sia vincolante per davvero, di 5000 elaborazioni al giorno; che sono poche. Ragion per cui, la vostra (e mia) richiesta si trascinerà per tempi biblici.  Ma nessuno vi avvisa sui tempi.
Nel frattempo, se avete comprato un videofonino a prezzo vantaggioso (come me), abboccando miseramente (come me) alla promessa che i soldi vi saranno restituiti in traffico telefonico all’attivazione, alla fine del tempo biblico vi ritroverete (come me) con un telefonino che vale un tubo rispetto a quando lo avete pagato. Per di più, se avete sottoscritto (come me) un’impegnativa per cui il nuovo gestore si riserva il diritto di chiedervi una penale di 100 euro se la portabilità non va a buon fine entro sei mesi e non per colpa sua (ma nemmeno vostra), ancora dovrete pagare un centone in più per ‘sto marchingegno invecchiato male.
Inutile dire che il videofonino nella fattispecie funziona solo con la scheda del nuovo gestore e non con quella vecchia che avevate già (e vecchio numero). Quindi, se per voi (come me) è fondamentale conservare il vecchio numero e volete anche usare il nuovo telefono (altrimenti che l’avete comprato a fare un nuovo telefono? Perché il vecchio non funziona più, giusto?), dovrete anche pagare il servizio di trasferimento di chiamata.
   D
a tutto ciò si evince che fareste meglio a non imitare l’esempio di consumatrice ingenua. Come me.
   Se poi, per caso, qualche avvocato passasse di qui con una buona idea, io lo ascolterei volentieri…

Mitilene è passata di qui alle 20:24


domenica, 22 gennaio 2006

A volte lo guardo e mi chiedo se non sia fastidioso avere una coda...

Mitilene è passata di qui alle 20:16


sabato, 21 gennaio 2006

Allora, avete presente la mia geniale teoria sui decimali e le monetine? Come non detto, dimenticatela. Non era geniale.
La faccenda è più semplice. I tre amici spendono 25 euro, pagano con 30 e ne ricevono 5 di resto. Tutto regolare.
    In più lasciano 2 euro di mancia al cameriere, di loro spontanea volontà. Quindi in tutto spendono 27 euro (25 del conto più 2 di mancia).   Pagano con 10 euro a testa e ne riprendono uno di resto, che fa 9 euro spesi per ognuno; nove per tre fa ventisette, e il problema è risolto.
Me l’ha spiegato la collega di matematica, quella che ha risposto che ci avrebbe pensato su.
Inoltre, pare che per qualche stravagante motivo al di sopra della mia capacità di comprendere, lo 0,9 periodico (che mi sembrava risolutivo) non esista.
In realtà, non capisco nemmeno se sia una bene o un male secondo ‘sto tizio; però dev’essere una cosa importante per lui.

Mitilene è passata di qui alle 12:03


giovedì, 19 gennaio 2006

Dopo quasi dieci anni insieme, il sedici dicembre ho tradito il mio vecchio gestore telefonico.
Che dire; ne ho trovato un altro più vantaggioso, che mi rimborsa l’equivalente del cellulare in traffico telefonico, mi propone un piano tariffario migliore e mette in campo certe hostess di vendita così carine, ma così carine, che finisci per comprare qualsiasi cosa.
Tanto più che ti abbindolano con la portabilità; non cambia nulla, stesso numero, pensiamo noi a dirlo al tuo vecchio gestore, non c’è nemmeno bisogno che tu ti senta in colpa.
Ecco, firma qui e fra due settimane al massimo sarai nostra gradita cliente; dimentica il passato, la videotelefonia è il futuro! Ah, beh, c’è solo un piccolo dettaglio; il telefono che ti diamo si può usare solo con la nostra scheda e se per caso cambi idea e torni dal vecchio gestore, oltre a trovarti in tasca un telefono inutile, ci devi anche pagare una penale.
Perché, sai, lui potrebbe farti una controfferta per tenerti con sé; adesso ha paura che tu vada via.
Ma, in fondo, chi te lo fa fare a tornare da lui? Sarai mica di quelle donne che si pentono delle proprie decisioni? Suvvia, non si fa.
Insomma, eccomi qui che aspetto. Due settimane sono passate abbondantemente; siamo oltre il primo mese, per l’esattezza.
E giusto qualche giorno fa ricevo la prima notifica; il mio vecchio gestore ha scartato la mia richiesta di portabilità.
Senza una parola, senza nemmeno tentare di riconquistarmi.
Non mi blandisce, non mi tenta, non mi solletica né mi affascina; mi trattiene con l’inganno, il bastardo.
Chiamo il servizio clienti del nuovo gestore e chiedo spiegazioni.
Spiegazioni da parte di esseri umani, che interagiscono, rispondono alle mie obiezioni, e non ripetono ossessivamente frasi stereotipate (“Se desidera informazioni sulla nuova Tariffa Truffaldina, digiti 1; se anela a buttar via un fracco di soldi, digiti 2”). E questo ha un costo.
 Il customer care del mio nuovo gestore funziona a pagamento, gli venisse un accidente alle fibre ottiche.
L’operatore si mostra dispiaciuto e compartecipe, scarica le colpe sul vecchio gestore, mi aizza contro di lui, mi spinge ad odiarlo; avrebbe potuto farle una controproposta allettante e invece scarta la  richiesta.
Non dipende da noi, noi saremmo ben lieti di accoglierla. Ma potrebbe essere un problema tecnico, non bisogna subito pensar male.
Tuttavia, potrebbe anche essere una strategia; posticipare la portabilità per non cedere il cliente alla concorrenza, per spremergli quanti più soldi possibile.
Sì, ma voi avreste dovuto avvisare che c’era questa possibilità, che la richiesta può non essere accolta; provo ad obiettare. Insomma, dieci anni non sono acqua fresca; il mio vecchio gestore avrà i suoi torti, ma mi viene naturale difenderlo.
E allora glielo dica, mi consiglia l’operatore; dica chiaramente che è finita, che vuole lasciarlo e non sente ragioni.
Certo, dico; ora chiamo il mio vecchio gestore. Se non altro, il suo servizio clienti è gratuito.
G-r-a-t-u-i-t-o, capito?
Gratuito, un corno. Non più. Anzi, non si capisce nemmeno quale sia il nuovo numero da chiamare. C’è il solito menù a scatole cinesi, lunghissimo, pieno di opzioni strambe, ma nemmeno l’ombra di un operatore.
Allora vado sul sito, alla voce contattaci. C’è una lista di argomenti tra cui scegliere; il mio caso manca.
Si può provare a mandare una mail, ma bisogna registrarsi al servizio. Io mi ero registrata anni fa, ma ho dimenticato user e password; non ne ho mai avuto bisogno, prima c’era un dialogo fra noi.
Ti ricordi? Si parlava serenamente; iniziavi tu con un soave “Sono Tizio, in cosa posso aiutarla?” e io ad esporre il problema. Poi si trovava una soluzione; la trovavamo sempre, ricordi?
Certo, non chiamavo mai per dirti che ero soddisfatta di te. Mi facevo sentire solo per le grane, ma stavamo bene insieme, non puoi negarlo.
Ricaricavo ogni settimana, ho aderito al programma punti, non sono mai scesa sotto zero; sono stata una brava cliente, fino all’ultimo.
È vero, ti ho rimpiazzato con un altro; ma continuo ad usare la vecchia scheda, la nostra vecchia scheda, in attesa della portabilità. Avrei potuto esaurire il credito e non ricaricare mai più, avrei potuto trasferire le chiamate sul nuovo numero e comunicarlo a tutti. Ma non l’ho fatto. Ho aspettato che tu mi dicessi: vai e sii felice col tuo nuovo gestore.
E tu che fai, invece? Ti neghi.
E in più, mi trattieni fra i tuoi clienti contro la mia volontà; mi spremi come un limone.
Io non merito questo e tu lo sai, Vecchio Gestore.
Stasera ho finalmente trovato il numero dedicato alla portabilità e di nuovo sono riuscita a parlarti. Questa volta non è servito a nulla, però. Tu ti chiami fuori da ogni responsabilità, non sai darmi nessuna data precisa, e io ormai non ti credo più.
Per tanto mi sono rivolta ad una Associazione di consumatori e ti ho scritto una raccomandata formale; per l’esattezza, si tratta di una messa in mora.
Che suona bene, fa tanto studiolegale e chiama pure in causa il Garante delle Telecomunicazioni.
Ma dovevamo proprio ridurci così, Vecchio Gestore? Che tristezza, quando ci si lascia tramite avvocati…

   A quanto pare, siamo in tanti ad esserci impantanati nella portabilità. Qui, sul sito della Aduc, ci sono un paio di dritte da seguire, casomai servisse anche a voi.

Mitilene è passata di qui alle 22:23


venerdì, 13 gennaio 2006

Cercando di spiegare il doppio significato della parola digitale in italiano (relativo alle dita) e in inglese (relativo alle cifre):
«Ma che c’entrano le dita con le cifre, prof?»
«Beh, se ci pensi non è cosi strano. Tu da bambino, alle elementari, su cosa hai imparato a contare?»
    
«Io ho imparato a contare su me stesso, prof.»

Mitilene è passata di qui alle 21:14


mercoledì, 11 gennaio 2006

Mitilene è passata di qui alle 21:35


mercoledì, 11 gennaio 2006

    Mi hanno truffata per anni. Elementari, medie, superiori; tredici anni più il tempo che ci ho messo per superare l’esame di statistica psicometrica all’università. E non dovrei essere arrabbiata, secondo voi?
   Un cumulo di frustrazioni nell’età della crescita, che ancora mi ricordo il maestro delle elementari: mi mise un due secco nel problemino perché avevo sbagliato di qualche cifra il numero fisso per calcolare l’area del pentagono.
   Il procedimento era giusto, e nemmeno il mio numero fisso si discostava tanto dall’originale; ma bisognava saperli a memoria, ‘sti benedetti numeri fissi. Perché? Per risolvere i problemini, diceva lui.
   Che è una attività fine a se stessa, rispondo io col senno di poi. Ma allora ero piccola e subivo. Numeri fissi e regolette a memoria fino in terza media; poi i poligoni scompaiono (dopo otto, dico otto anni a mandare a mente tutto quanto li riguardi), così senza preavviso.
   Fino al giorno prima sembravano fondamentali. Invece tocca ricominciare tutto daccapo con le dimostrazioni geometriche astratte.

Stessa cosa coi numeri; otto anni dietro alle divisioni a più cifre e le radici quadrate da svolgere senza calcolatrice. Perché? Perché poi non imparate a far di conto. E quando mai nella vita ci si aspetta che le persone eseguano divisioni a due cifre e radici senza calcolatrice?
   La calcolatrice sembrava il demonio all’epoca, che i cellulari in classe non se li immaginava nessuno. La calcolatrice non si usa, tuonava la professoressa di matematica alle medie. Ipocrita.
Tutto questo per trovarsi al liceo col calcolo letterale. Letterale. Una “a” più altre due “a” moltiplicate per una “a” alla terza diviso un’altra “a” alla seconda. Che basta saper contare fino alle prime decine per risolvere gli esercizi di algebra da liceo.
   Se non che, pure qui ti tocca avere a che fare con espressioni lunghe una riga e con tutte le complicazioni possibili; altra abilità inutile. Che tanto, arrivi in quinta e l’algebra assume i contorni dell’analisi matematica; far di conto non serve più, bisogna immaginare l’infinito e girarci attorno. Finalmente una cosa sensata; non c’è niente di più vicino alla vita vera quanto lo studio dei limiti di funzione.
Volete una dimostrazione pratica? Su uno dei blog di Sebastiano ho trovato questo quesito:
Tre amici mangiano fuori e spendono 25 euro in tutto. Ognuno paga con una carta da dieci (30 euro in totale) e il cameriere restituisce loro 5 euro di resto in moneta. I tre decidono di tenere un euro per uno (quindi è come se avessero speso 9 euro a testa) e di lasciare i due euro restanti come mancia. Sembra tutto normale, ma in realtà i conti non quadrano: 9 euro x 3 amici = 27 euro, 27 euro + 2 euro di mancia =29 euro. E il trentesimo euro dov’è finito?
Prendo la calcolatrice di istinto (la prima cosa che faccio quando vedo numeri), divido 25 per 3 e scopro che gli amici spendono esattamente 8,3periodico euro a testa. I tre periodici moltiplicati per i tre amici fanno un novantanove periodico di centesimi, che si avvicina infinitamente ad un euro intero, ma non lo raggiunge mai.
Ed ecco che l’euro che sembrava esserci, puf, scompare.
   Le monete, ovviamente, sono unità inscindibili e si portano dentro la loro metallica rotondità tutti questi decimali infiniti, li arrotondano per eccesso, li inglobano e ti restituiscono la parvenza dell’intero. Che invece è solo una illusione.
Fiera di me, propongo il quesito ai colleghi di matematica; una si appassiona alla faccenda, riempie un foglietto di calcoli e mi dice che non lo sa, ma ci penserà su. Gli altri mi liquidano dicendo che non hanno voglia di pensarci.
Eh, no! Come sarebbe a dire? Io passo tredici anni a rimediare votacci nella vostra materia e voi del mestiere mi dite che non lo sapete e vi scoccia ragionarci.
   
Altro che chiacchiere; adesso tirate fuori questo euro e me lo restituite fino all’ultimo infinitesimale centesimo periodico!

Mitilene è passata di qui alle 20:26


martedì, 10 gennaio 2006

Una volta deciso che questo è l’anno in cui le Ciù si prendono cura della propria forma fisica, va da sé che alla fatica ginnica vengano affiancate delle opportune sedute al centro estetico della palestra.
Sicchè, mi son fatta la tessera apposita, ho consultato il ricco menù dei trattamenti proposti ed ho scelto, tanto per iniziare, una classica depilazione.
In realtà non so che m’aveva preso nel momento in cui ho deciso per un trattamento doloroso al posto di beatitudini agli oli essenziali, massaggi con pietre calde del Tibet e stimolazione dei meridiani con ungenti indocinesi: «È che tu alle menate olistiche non ci hai mai creduto», mi ricorda la Ciù ed ha ragione.
Ma, in effetti, ho qualche problema anche con la ceretta. Il fatto è che non appena si presentò la necessità adolescenziale di depilarmi, mia madre mi portò dalla sua podologa; non perché fosse scema del tutto, ma perché la podologa in questione nel retro del suo studio esercitava anche la professione di estetista. Abusiva, si intende.
Insomma, questa energica signora coetanea di mia madre mi fece accomodare sul lettino e nel frattempo andò a prendere gli strumenti del mestiere: un pentolino con la cera calda, alcune strisce di lenzuolo e un coltello non tanto affilato. Dispose il tutto accanto a me, intinse il coltello nel pentolino e mi spalmò la cera colante sulle gambe. Col coltello, sì; a mo’ di fetta biscottata e miele.
Io guardai mia madre con aria implorante e lei mi concesse il suo primo sguardo di intesa fra donne: «Chi bella vuol apparire, mille pene deve soffrire», mi disse. Uscii di là tremando come un budino.
   E non ci entrai mai più, anche perché dietro casa c’era una estetista vera che per un prezzo poco più alto usava un applicatore igienico con strisce usa e getta.
    Anche lì, comunque, tornavo mal volentieri perché non so alle altre donne, ma a me ‘sta cosa del dover soffrire piace poco.
Invece, l’altro giorno sono andata al centro estetico della palestra, un luogo candido e ovattato, dove tutte parlano sottovoce. Le signorine che mi hanno accolta e che voi, non vedendole, chiamereste semplicemente estetiste, sono in realtà creature diafane che levitano sorrette dall’aria, senza alcun contatto con le rumorose superfici di questo nostro mondo.
«Lei è piuttosto in anticipo; posso farla accomodare nell’area relax?», mormora la receptionist, dopo aver controllato il mio appuntamento.
«Prego, da questa parte», mi invita un’altra con un fil di voce.
Va da sé che qualsiasi mio gesto a questo punto diventa impacciato, rumoroso e inelegante e rimane tale fino alle soglie dell’esterno caotico.
Goffamente, cercando di dare poco nell’occhio, chiedo se posso accomodarmi sulla longuette. La creatura mi guarda strano e mi viene in mente che quella si chiama chaise-longue; la longuette è una gonna sopra la caviglia. Ad ogni modo, mi sdraio sulla chaise-longue di vimini (che scricchiola), rivestita di candidi cuscini bianchi (che temo di sporcare).
«Può stendere l’asciugamano che vede ripiegato sopra», sussurra pietosa la creatura, vedendomi in difficoltà.
La signorina dice che verrà a chiamarmi fra qualche minuto, e scompare trasmettendo serenità. Io mi guardo intorno; l’area relax ha le pareti rivestite di tela bianca, illuminate soffusamente da dietro, con un apparecchio che proietta sopra un gioco di luci azzurrate. In sottofondo, un coro di delfini.
Sto in ambiente fetale per pochi minuti, poi la signorina torna a chiamarmi. Nel frattempo ho già cambiato idea; niente ceretta, facciamo una pulizia del viso, che non c’ho più voglia di soffrire.
La creatura a cui sono stata affidata mi rimbocca la copertina, inizia a spalmare, massaggiare e bisbigliare le benefiche proprietà delle creme che utilizza, cercando di vendermele tutte.
Poi, sempre a voce sommessa, mi illustra tutti i tipi di massaggi di cui potrei giovarmi: mi raccomanda in particolare il massaggio avvolgente al cioccolato. Il cioccolato vero, spiega, quello che si mangia. Prendono dei pezzettoni di cioccolato Lindt, li fondono al microonde e li spalmano addosso alla gente.
Cioccolato Lindt, capite? Ed io penso: Willy Wonka, potente sovrano degli UmpaLumpa, accogli la mia indignata protesta; c’è gente al mondo che muore di fame, e questi si fanno pagare a centoni per spalmare la cioccolata addosso ai ricchi.
Poi penso ancora che pure io ho il microonde e quei disgustosi cioccolatini dell’hard discount che mi hanno regalato; potrei mettermi in concorrenza. Alla fine mi prenoto per un massaggio caldo alle fragranze d’oriente; che sempre di buttar soldi si tratta, ma almeno quella roba lì non se la mangerebbe nessuno.
Finito il trattamento, vengo silenziosamente riaccompagnata nell’area relax, dove mi viene anche servita una tisana con un vassoio di frutta, ornato da rametti giapponesi fioriti.
Sulla chaise-longue di fronte a me, una signora rubiconda armeggia con una pelliccia appallottolata: «L’arredamento sarà feng-shui, ma manca l’attaccapanni», osserva acutamente.
Ci versiamo un bicchierino di tisana, e poi ognuna torna ai propri rimanenti sette minuti di quiete pagati.

Mitilene è passata di qui alle 21:17


domenica, 08 gennaio 2006

Questo è il millenovantacinquesimo giorno in cui le Ciù hanno diviso il giaciglio, strette gomito a gomito in un monolocale minuscolo con un gatto in mezzo.
   Con la partecipazione speciale di tutte le persone che si sono aggiunte a noi in questi anni, i libri, i dvd, i pupazzetti e i cd che ci siamo regalate, la dispensa piena di robe stravaganti e poco cibo vero, i suoi genitori che mi hanno accolta in casa, le mie lagne perché lei non collabora alle pulizie di casa, le sue lagne perché io la sveglio presto al mattino e allago il pavimento del bagno, la volta in cui abbiamo tenuto a bada un delinquente ubriaco e abbiamo pensato vicendevolmente: “Se tocca la Ciù, lo ammazzo!”, tutte le altre volte in cui abbiamo riso, litigato, fatto progetti, realizzato qualcosa insieme, ci siamo confortate e sostenute nei periodi di alterna fortuna, i racconti delle giornata al lavoro, la palestra, la dieta mai riuscita, i discorsi sconclusionati, le sbronze reciproche, la nipote adottiva, il nostro ristorante cinese preferito, l’idea di comprare una grande casa, questi tre anni insieme e i forse tanti da venire, e la sua posa di ringhiarmi contro ogni volta che se ne parla.
   Perché, anche se ostenta indifferenza davanti ai festoni, quella storia di Babbo Natale non l’ha ancora mandata giù del tutto.

Mitilene è passata di qui alle 18:45


venerdì, 06 gennaio 2006

   Sto iscrivendomi ad un corso di perfezionamento post-lauream.
   Ho il tavolo ingombro di certificati di laurea con esami sostenuti, dichiarazioni sostitutive di atti di notorietà, curricula, titoli e controtitoli perchè per la caccia al bisonte il numero è chiuso1 e qui abbiamo bisogno di essere ammessi per aggiungere punteggio in graduatoria.
   Che dopo dieci anni dalla laurea e quattro di insegnamento, come niente fosse, mi tocca tornare a fare la studentessa universitaria.
   A
parte quelli sul tavolo, ho giusto un paio di titoli che tengo sempre nell'agenda, ma che non posso dichiarare in carta da bollo.
   Allora li metto qui, a libera consultazione, così domani spedisco per raccomandata la cartaccia e questi invece me li tengo cari.
  
E scusate se è poco; ma io amo il mio lavoro.

 
 
1 F. De Andrè, Coda di Lupo

Mitilene è passata di qui alle 18:41


mercoledì, 04 gennaio 2006

   In questo periodo di Harrypotter (ma anche, se non recentissimo, di fumetti Marvel trasposti sul grande schermo), non si contano le dispute fra i puristi della carta stampata e i sostenitori dell'effetto speciale cinematografico.
   Meglio il libro o il film? Le parti eliminate dai romanzi vengono compensate degnamente dal miracoloso realismo della grafica 3D? Boh.
   A me dispiace che nei tre episodi de Il Signore degli Anelli non abbiano trovato posto per Tom Bombadil, tanto per dire.
   I film sono un modo per far conoscere romanzi da centinaia di pagine che pochi leggerebbero, o per invogliare i giovani a leggere poi anche il libro; e questo si capisce.
   Un po’ meno capisco il passaggio contrario: da film a libro. Perché uno dovrebbe leggere il libro tratto da un film che ha appena visto?
   Merchandising, rispondono gli esperti; sfruttare il filone d’oro con libri-diari-quaderni-pupazzetti.
   Poi c’è il caso di quando tutto si avvoltola su se stesso e va in corto; tipo Via col Vento.
   Che era un libro, prima di diventare film; solo che ad un certo punto gli eredi di Margaret  Mitchell, vedendosi scadere i diritti d’autore, hanno dato incarico a destra e a manca perché si lavorasse al seguito.
   Al seguito del romanzo e poi del film, o era prima il film e poi il romanzo, oppure tutti e due contemporaneamente. Chissà.
   Però in tv non si parlava d’altro e c’era pure una trasmissione apposta per fare i provini agli aspiranti attori.
   Allora era un film.
   Ma no, c’era anche il romanzo dietro. Il romanzo per i diritti d’autore, il film per vendere il romanzo. Una cosa così, mi pare.
   Oppure era una produzione televisiva?
   Ma lo zero assoluto sulla questione si poteva raggiungere solo in casa delle Ciù: la volta in cui una coppia di conoscenti venne a trovarci e c’era giusto Cent’anni di solitudine in vista sullo scaffale.
   «Scommetto che non hai letto nemmeno questo libro», fa lei al marito.
   «Di che parla?», chiede lui.
   E lei, guardandoci con sufficienza, risponde: «Eh, come faccio a raccontartelo se neanche hai visto il film!»

Mitilene è passata di qui alle 17:03


domenica, 01 gennaio 2006

Qui sui blog è tutto un gran parlare di cenoni luculliani, vecchie ricette delle nonne e tecno-nipoti che si industriano a tener vive le tradizioni familiari.
   A casa mia il cibo non era tanto oggetto di attenzioni; il menu festivo comprendeva sempre le stesse cose e nessuno dava loro una grande importanza.
    La cucina non era veicolo di alcunchè tra le generazioni. Però sono cresciuta con altre costanti: le mutande rosse e i vestiti nuovi da indossare nella notte del 31, e dodici chicchi d'uva bianca da gustare insieme allo spumante.
    La
Zia Anna officiava il rito, staccando il primo chicco dal grappolo: "Gennaio!" proclamava, e tutti noi a mangiare. Via di seguito fino a dicembre.
   Insomma, adesso che sono lontana da casa in senso molto più che geografico, questo è quello che mi porto dietro e che ho scientificamente e inesorabilmente imposto alla Ciù e ai nostri commensali nordici.
   Anche al blog, naturalmente; evito di apporre due belle foto di slip rossi e grappoli d'uva per decenza, ma l'abito nuovo non glielo toglie nessuno.
   E del resto, se il primo gennaio mi sveglio alle dieci di mattina per cambiare template, vuol dire che certe cose ti segnano.
   Poi, dopo brindisi e uva, c'era ancora il rito di mia madre che accendeva tutte le luci e saltellava per casa spargendo sale ai quattro venti: "Nesci cosi tinti, trasi cosi boni!"
   Perchè a casa mia, per inventare menate, davamo i punti al Mago Otelma.

FELICE 2006 A TUTTI

Mitilene è passata di qui alle 12:20

 
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