giovedì, 13 dicembre 2007

   Nostalgia di Palermo: quando il posto più vicino dove puoi comprare le arancine è il Girarrosto Santa Rita.
  ("Che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine")

Mitilene è passata di qui alle 08:29


martedì, 26 settembre 2006

   L'essere umano ha, fra i tanti, due bisogni fondamentali: socializzazione e nutrimento.
   E siccome ci sono delle priorità nella vita, questo è il modo in cui di solito uso la chat; altro che abbordare. 
 
«ma il problema è che ti piace cucinare ma sei una frana o non ti piace cucinare?»
«ci vuol tempo»
«si ma non moltissimo se non devi fare grandi cose...»
«insomma, non sono una donna da sposare»
«beh ma le donne si sposano per mille motivi.. si sposano anche dopo una bottiglia di rhum a las vegas»
«ho comprato la griglia e prossimamente tenterò con la fettina di carne»
«faccio il tifo per te,sono certa che la spunterai»
«pare sia semplice la fettina, mi dicono tutti che potrei provare»
«si la metti sulla piastra e magicamente fa tutto da sola…»
«le addestrano?»
«si si...il macellaio in persona... gli fa un corso. ho visto delle fettine un po' suole che non comprendevano le fasi della cottura... ma alla fine anche quelle sono state accolte nella pancia. unica cosa che devi fare e avere una forchetta e girarla »
«però dicono ci vada un filo d'olio se no si attacca»
«allora dipende,tu hai la piastra o la padella?»
«la padella a forma di piastra o il contrario, che dir si voglia»
«no allora iniziamo dalla nomenclatura degli oggetti»
«rotonda, ha il manico come una padella»
«la padella è quella dove ad esempio ci fai le patate fritte»
«ma il fondo è grigliuto come una griglia»
«la piastra ha il bordo sottile,ha il manico, può avere il fondo ondulato ma è generalmente spesso...»
«di forma è padellosa»
«senti rispondi a questa domanda: nel coso che tu hai acquistato puoi friggerci le patate?»
«mah, penso di poterlo fare»
«ha il bordo alto?»
«si»
«tipo tre dita anche 4?»
«aspetta, faccio un sopralluogo»
«vai»
«3 dita»
«ok allora sembra essere una padella.è antiaderente?»
«c’è scritto di sì»
«bene. allora che carne vorresti cucinare? di vitello, maiale, tacchino, pollo?»
«uhm, facciamo maiale»
«ok allora per il maiale, quella con l'osso non è necessario l'olio perchè il maiale è una carne grassa. unica cosa di cui ti devi accertare per una buona cottura è che la padella sia calda, ben calda»
«prima scaldo padella, poi metto fettina?»
«brava!!! basta qualche minuto. come ti piace la carne, al sangue o ben cotta?»
«ben cotta, per carità al sangue mi fa impressione!»
«(idem). tieni conto cmq che per quanto tu la faccia cucinare, vicino all'osso resterà sempre un po' al sangue»
«me ne farò una ragione, girerò al largo dell'osso»
«ok altro piccolo segreto per la carne di maiale: superata la soglia di cottura si trasforma in suola. per evitare questo inconveniente armati di coltello e forchetta e fai un piccolo taglietto»

«devo avere un'aria aggressiva?»
«naaaaa altrimenti si spaventa e gli si induriscono i nervi invece, se con aria indifferente e sguardo da chirurgo alla sua milionesima operazione a cuore aperto, ti avvicini a lei e le pratichi qualche taglietto...»
«magari firulìfirulando...»
«esattamente, vedi che sei già entrata nel personaggio»

«caspita, allora non è difficile»
«no infatti»

«qualunque cosa si possa rendere surreale mi sta simpatica!»
«oh hai qui davanti a te una campionessa di surreale. che dici vicino alla bistecca ci può stare un ciuffo di fagiolini bolliti?»
«bene, mi procurerò sto mazzo di fagiolini»
«allora i fagiolini.. sai come cucinarli?»

«mah, li butto in acqua e li bollisco?»
«si ma prima dovresti pulirli, devi tagliar loro le code»
«cielo, quella cosa noiosa che faceva mia madre...»
«no è divertente.se sono per te soltanto non devi farne duemila! ne basta poco più di una manciata, dopodichè saranno loro ad implorarti di decapitarli»
«davvero?»
«è sufficiente che ti vesti da boia e immagini di essere nella francia del 1860. ogni fagiolino interpreta la parte della regina maria antonietta»
«1789-94, erano gli anni della rivoluzione, terrore e restaurazione»
«ecco appunto... cosa è successo nel 1860 allora?»
«1860 erano i moti insurrezionali, la nascita del regno d'italia. ma tanto i fagiolini non lo sanno»
«ma in francia nel 1860 che è successo?»
«boh»
«vabeh, non importa allora abbiamo detto ogni fagiolino fa la parte di maria antonietta»

«posso usare il trinciasigari?»
«si certo, darà più l'idea della gigliottina»

«uhm, il trinciasigari mi piace!»
« i fagiolini una volta decapitati gli dai una lavata veloce e li butti in pentola, che attende con l'acqua che bolle. il sale lo puoi mettere prima dei fagiolini. subito dopo che hai messo a cucinare i reali fagiolini, anche qui armata di forchetta. assaggi ogni tanto un fagiolino per controllare la cottura. una volta cotti, li scoli e li condisci a piacere»
«e poi li affianco alla fettina»
«si come vuoi, puoi anche presentarli l'un l'altra»
«dici che bisogna presentarli prima?»
«è meglio la sorpresa»
«ma i fagiolini fanno per intero la Famiglia Fagiolini, o bisogna presentarli uno per uno?»
«no uno per tutti tanto poi tra loro fanno il passaparola. ah tesoro... quando hai finito di giocare al boia non buttare il costume!»

Mitilene è passata di qui alle 16:48


giovedì, 21 settembre 2006

"Per evitare litigi bisognerebbe non parlare mai di tre cose:
di religione, di politica e del Grande Cocomero" 
(Linus Van Pelt)

   Ecco, lo sapevo io; ora tocca spiegare bene, che quando si parla di cocomeri, angurie e meloni a latitudini diverse, succede un finimondo. 
   In effetti bisogna precisare subito che, contrariamente al Prosciutto e Melone (che si fa col melone), il Gelo di Melone si fa con l'anguria o cocomero che dir si voglia.
   Ma tant'è. In sicilia il melone (anzi mellone, con due elle) indica la quasi totalità delle cucurbitacee, fatta eccezione per la zucca che si usa per la caponata oltre alle melanzane, anche perchè sarebbe difficile fare la caponata con l'anguria, e il cetriolo che all'anguria non somiglia per niente.
   Chi sente l'esigenza di distinguere, chiama cantalupo il melone e melone l'anguria; ma in genere le massaie e i fruttivendoli si capiscono benissimo, anche perchè le massaie nel far la spesa raccontano la storia della loro vita:
   "Talè, mi dasse ancora un bello mellone di quelli rossi, che ci devo fare il gelo a mia figlia che l'hanno invitata a casa di sua suocera che ha il villino vicino a dove io e mio marito volevamo costruirci la casa, poi però mio cognato che lavora all'edilizia privata ci disse che era meglio di no, quindi la domenica andiamo al villino dei suoceri di mia figlia e ci portiamo il gelo fatto buono come me l'imparò mia nonna buonanima. E mi dasse ancora due belli melloni di quelli gialli, che il giorno dopo viene mio fratello dalla Germania per accanoscere il fidanzato di mia figlia che si sposano a settembre prossimo nella chiesa della madunnuzza miracolosa, quella che a mia sorella ci fece una grazia particolare quando nacque mia nipote che sembrava che ci moriva e invece poi adesso è una bellezza, e ci voglio preparare il prosciutto con mellone per antipasto che fa cosa fine"
   Perchè sia così non so.
   Ma a scanso di equivoci vi avviso prima: andando in Sicilia a mangiar pesce, potrebbero proporvi una fresca insalata di polipo.
   Nel caso non allarmatevi; intendevano dire questo.

Mitilene è passata di qui alle 12:58


mercoledì, 20 settembre 2006

   E' con profondo orgoglio e commozione che do il seguente annuncio: sono riuscita a preparare il gelo di melone e mi è pure venuto bene.
   Cioè, a volergli proprio trovare un difetto, sa troppo di chiodi di garofano; ma per il resto ci siamo. E' proprio lui, quello autentico.
   Insomma, ad essere proprio pignoli il colore è un pò sul rosa salmone e non rosso rubino come dovrebbe; ma credo dipenda dai meloni anemici di quassù e pure in calo di stagione.
   Su consistenza e sapore (chiodi di garofano a parte) nulla da eccepire.
   E dunque, eccovi la ricetta. Questa volta è una ricetta attendibile di consolidata tradizione palermitana (proviene dalla saggia signora dell'alberghiero); fidatevi che ne vale la pena.

   1 Kg di succo di anguria: vale a dire tagliatela, prendete la polpa rossa, infilatela nel frullatore e via andare. Non c'è bisogno di aggiungere altri liquidi; l'acqua è autoctona e l'anguria farà da sè. Se vi state chiedendo come mai ci voglia l'anguria per fare il gelo di melone, e non il melone giust'appunto, la spiegazione si trova in alto, nel post successivo a questo.
   80 g di amido per dolci: è quella cosa che si trova al supermercato nello scaffale di prodotti dolciari, insieme a zucchero a velo, palline decorative colorate, lievito (da non confondere, a voi serve l' amido non il lievito, anche se sembrano piuttosto simili a vedersi), polverine per budini istantanei e bustine di vaniglia. Anzi, prendete pure queste che vi serviranno.
   2 bustine di vaniglia: ecco, infatti.
  250 Kg di zucchero: dovrebbero andar bene in linea di massima. Comunque assaggiate e regolatevi di conseguenza. De gustibus non est disputandum.
   Chiodi di garofano: pochi per carità; non pensavo avessero tutta 'sta potenza aromatica. Uno a coppetta dovrebbe bastare.

   Se avete dubbi, cercate bene in cucina; io, per esempio, ho trovato una bilancina comprata ai tempi dalla Ciù e che non avevo idea ci fosse. La bilancina è assai utile; le pietanze riescono meglio se si seguono davvero le dosi indicate nella ricetta.
   Per il resto, la procedura è semplice; filtrate il succo di anguria (niente semini!) dentro una pentola, mischiatelo insieme a tutto il resto, ma a freddo prima di accendere il fuoco.
   Mescolate bene, fate bollire sempre mescolando che se no si raggruma, aspettate ancora tre minutini circa, versate nelle coppette, lasciate raffreddare, cacciate in frigo e prima di servire (dev'essere freddo e di consistenza budinosa) spolverate su un pò di scagliette di cioccolato fondente.
   Vi piacerà. Stavolta sono quasi sicura.

   Update del pomeriggio: tra l'altro il gelo di melone ha un odorino gradevolissimo che si spande in casa e vi accoglie quando aprite la porta come a dire: "Yuhuu, sono qui, ti eri dimenticato del tuo dessert, distrattone!"

Mitilene è passata di qui alle 13:12


lunedì, 21 agosto 2006

   Giacchè mi tocca imparare a cucinare, tanto vale dedicarsi a qualcosa di semplice e potenzialmente redditizio.
   Come ad esempio, produrre granite al nord.
   E stiamo parlando delle granite quelle vere, di tradizione sicula con succo e polpa di frutta; mica il ghiaccio sciroppato che propinano qui.
   Io, un po' per nostalgia da soggiorno siculo e un po' per ammazzare il tempo, ho tentato di sintetizzare in laboratorio alcuni prodotti tipici: il tè freddo con granita al limone e la granita di more.
Innanzitutto una precisazione: il tè con granita esiste. A pensarci è la naturale evoluzione estiva del tè caldo al limone, ma qui ti guardano tutti come se fossi scema quando lo chiedi.
   Eppure è buonissimo, fidatevi. Se solo lo conoscessero, se ne innamorerebbero.
   Ovviamente dev'essere una cosa ben fatta, quindi non seguite i miei consigli ma procuratevi le ricette da qualche altra parte.
   La ricetta del tè con granita forse non la troverete, ma è intuitiva: prendi un bicchierone di tè freddo e ci butti dentro qualche cucchiaio di granita al limone.
   Iniziamo da quest'ultima. La ricerca degli ingredienti non presenta problemi (acqua zuccherata e succo di limone) e nemmeno il procedimento in sè, a condizione di dosare bene il tutto come da ricetta e non come ho fatto io la prima volta.
   Hai l'acqua zuccherata calda, hai il succo, li mischi insieme, metti tutto in un contenitore di metallo, cacci in freezer e aspetti.
   Occhio, che non si tratta di una attesa passiva. La granita va monitorata, seguita con amore, rimestata con cura mentre ghiaccia per evitare che si formi un ammasso congelato. 
    Perchè voi mirate invece ad ottenere un composto granuloso, ghiaccio soffice non so se rendo l'idea.
   Mica facile, per altro. All'inizio la granita non sembra reagire, quindi se la preparate in tarda sera come ho fatto io, avrete la naturale tentazione di disinteressarvene tutta la notte e il mattino dopo rileverete un blocco di ghiaccio durissimo.
   E poi, come ho fatto io, passerete un po' del vostro tempo a scalpellare a mo' di Michelangelo. Ma è solo dopo l'indolenzimento alla mano, due coltelli piegati e gli accidenti dei vicini, che realizzerete la via più semplice: bastava lasciarla squagliucciare fuori frigo e ricominciare il procedimento con maggior cura.
   Ammettiamo che fin qui sia andato tutto bene; avete la granita, vi manca ancora il tè.
   Il tè non presenta problemi: acqua calda, bustina et voilà.
   Attenzione, però: due passi indietro, prego. Il tè dev'essere già freddo quando ci mettete la granita, dunque va preparato un bel tanto prima; non è un dettaglio da sottovalutare, come ho fatto io.
   Altra precauzione: contrariamente al tè caldo, lo zucchero dev'essere aggiunto subito nell'acqua che bolle e non dopo in ogni singolo bicchiere. Se no, dentro una bevanda fredda e ghiaccioluta lo zucchero mai più si scioglierà. Ricordatevene, non fate come ho fatto io, perchè il tè amaro con la granita di limone dentro è piuttosto una schifezza.
   Bene, se avete in mano una bevanda deliziosa e rinfrescante, con un leggerissimo acidulo che vi titilla le papille al primo sorso, vuol dire che ci siamo.
   Siete pronti per la granita di more, che vi verrà bene al primo colpo se avete fatto tesoro degli errori precedenti.
   Stesso discorso: mettete a scaldare l'acqua zuccherata, frullate o schiacciate o fate un po' che vi pare con le more fino ad ottenere una polpa succosa, versatela nell'acqua e via andare.
   Ah, sì; prima filtratela bene, che non restino i semini in mezzo.
   Io, ovviamente, non ci avevo pensato.
   Scordatevi di ottenere risultati paragonabili alle vere granite siciliane; ma se i vostri ospiti (o clienti) sanno accontentarsi (e sono settentrionali) farete un figurone.

Mitilene è passata di qui alle 23:57


domenica, 20 agosto 2006

Non so le altre categorie professionali, ma gli insegnanti d’estate dimagriscono. 
Nulla di misterioso; semplicemente non abbiamo più distributori automatici di merendine tentatrici sparse ai due capi dei corridoi.
Si sa, quando fai assistenza all’intervallo, su e giù, giu e su, ogni volta che passi di là prendi qualcosa; per far compagnia ai colleghi, per fare una chiacchierata informale con gli studenti, come sostituto del pranzo quando stacchi a sesta ora e subito devi correre verso qualche collegio docenti, riunione dipartimentale, sportello formativo.
Ma chi non è del mestiere, fraintende e si preoccupa.
Da quando non c’è più la Ciù che cucina, tu salti i pasti, mi dicono.
Ecco lo sapevo, dice la Ciù, che da quando sei rimasta sola non mangi.
Io annuisco e metto su il facciotto tenero; in questo modo riesco sempre a convincere qualcuno a cucinare per me qualche buon pasto.
A onor del vero, lo fanno tutte volentieri; credo non ci sia nulla di più gratificante per una donna esperta ai fornelli che mostrare la propria perizia e cercare nuove discepole cui consegnare raffinate ricette. Dev’essere un istinto genetico, che si scatena con intensità massima di fronte a donne più giovani, ferme allo stadio dell’uovo al tegamino.
Sarà per questo che da due mesi a questa parte le donne che incontro si prodigano in consigli e manicaretti, trasformando le serate da «Vieni a cena da me, che ti presento qualcuna» a «Tesoro, ti insegno questa che è semplicissima; ci riesce perfino mio fratello».
Stanotte però ho avuto un’agnizione.
Mi son vista immersa in un’ atmosfera stile Go Fish, con tante donne di mezza età che si contendevano la mia attenzione; anche se in realtà avrei preferito socializzare con la tizia giovane e carina, che tracannava rosè e stuzzichini, a dispetto del fisico asciutto e slanciato.
«Allora, bellagioia, prendi duetre pomodori di quelli lunghi, li fai bollire, li spelli, li schiacci con la forchetta, un pò d’olio, qualche aroma, e sono pronti per condire la pasta», inizia la signora tracagnotta e spartana. Una ricetta da butch primi anni ’60.
Io ringrazio e fingo attenzione, ma so che non mi cimenterò. Ho una regola semplice: qualsiasi cosa si trovi in natura già dentro i barattoli, non è il caso che io tenti di riprodurla in laboratorio. E per questo i sughi non rappresentano un problema.
«Per i secondi, ti dirò, nulla di più facile: prendi delle fettine di carne, mi raccomando chiedi quelle per l’albese ma tagliate un po’ più spesse, le imbottisci con formaggio grattuggiato e prezzemolo, le avvolgi a mo’ di fagottino (ma non prendere la carne per gli involtini, che è dura, chiedi ben che ti diano quella per l’albese, ricorda), li fermi con uno stecchino e li metti a cuocere in una padella, di quelle con le sponde alte, dove prima avrai preparato un soffrittino semplice semplice: cipolla tritata finissima, un filo d’olio e un goccio di vino bianco, via. Metti su il coperchio, ogni tanto controlla e gira gli involtini. Pochi minuti e son pronti. Gustosi e veloci. È una ricetta che ho inventato per mio figlio, che quest’anno è andato a studiare fuori e non mi mangiava più nulla, gioia della sua mamma». Eccola, la lesbica dai trascorsi etero.
La tizia del rosè, finalmente, si unisce al gruppo: «La carne, che crudeltà! L’alimentazione Vegan fa al caso tuo: equilibrata e sana, con tante ricette gustose», mi dice guidandomi verso un angolo appartato, con il delicato tocco della sua mano sul braccio.
«Mica solo insalata, anzi. Prova ad accompagnarla con il bulgur alle noci: immergi il bulgur in acqua tiepida per un quarto d’ora, che si ammolli ben bene, poi lo schiacci in modo da far uscire l’acqua e lo amalgami con le noci tritate e un pizzico di sale. Poi distendi tutto su un piatto, lo decori con qualche foglia di menta e lo lasci raffreddare un po’ in frigo. Come diceva Marguerite Youcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l'abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz'acqua diretti al macello”», conclude la lesbica new age e mi offre un bicchiere del suo vino.
Che non è vino, è una tisana alle bacche di rosa canina: «La porto sempre con me, guarda non saprei più farne a meno; ricca di Vitamina C, per combattere le influenze stagionali, spossatezza e affaticamento. Perché tu non ci crederesti mai, ma sai quanti anni ho io? Cinquantadue, mia cara, ma guarda come sto bene grazie all’alimentazione Vegan! Allora, ti aspetto domani a cena a casa mia? Che facciamo un bel piatto unico insieme, ai cinque cereali…»
«Ma no, ma no signore care; non preoccupatevi per me, davvero! È che sono un’insegnante, per questo dimagrisco…», provo a dire io, guadagnando l’uscita.
Poi tutto si è confuso come in una pellicola bianconero a immagini sgranate, con una tipa secca e ossuta che saltellava per strada a seguito del suo primo, appagante rapporto sessuale dopo chissà quanto tempo.

Mitilene è passata di qui alle 15:01


domenica, 01 gennaio 2006

Qui sui blog è tutto un gran parlare di cenoni luculliani, vecchie ricette delle nonne e tecno-nipoti che si industriano a tener vive le tradizioni familiari.
   A casa mia il cibo non era tanto oggetto di attenzioni; il menu festivo comprendeva sempre le stesse cose e nessuno dava loro una grande importanza.
    La cucina non era veicolo di alcunchè tra le generazioni. Però sono cresciuta con altre costanti: le mutande rosse e i vestiti nuovi da indossare nella notte del 31, e dodici chicchi d'uva bianca da gustare insieme allo spumante.
    La
Zia Anna officiava il rito, staccando il primo chicco dal grappolo: "Gennaio!" proclamava, e tutti noi a mangiare. Via di seguito fino a dicembre.
   Insomma, adesso che sono lontana da casa in senso molto più che geografico, questo è quello che mi porto dietro e che ho scientificamente e inesorabilmente imposto alla Ciù e ai nostri commensali nordici.
   Anche al blog, naturalmente; evito di apporre due belle foto di slip rossi e grappoli d'uva per decenza, ma l'abito nuovo non glielo toglie nessuno.
   E del resto, se il primo gennaio mi sveglio alle dieci di mattina per cambiare template, vuol dire che certe cose ti segnano.
   Poi, dopo brindisi e uva, c'era ancora il rito di mia madre che accendeva tutte le luci e saltellava per casa spargendo sale ai quattro venti: "Nesci cosi tinti, trasi cosi boni!"
   Perchè a casa mia, per inventare menate, davamo i punti al Mago Otelma.

FELICE 2006 A TUTTI

Mitilene è passata di qui alle 12:20


martedì, 15 novembre 2005

   Ieri sera la Ciù ed io ci siamo sbronzate; non del tutto ma quel tanto che basta per tornare a casa intere e ricordarsi tutto così bene da scriverci un post sopra.
   È andata così, che io ho incassato gli eterni arretrati della scuola, e le Ciù hanno deciso di andare a fare shopping nel vicino centro commerciale dove, prima di entrare, hanno promesso a se stesse che però non avrebbero speso soldi inutili.
   Infatti abbiamo comprato, tra l’altro, quattordici paia di calzini, una quantità di cremine profumate, dolciumi vari, e con il resto ci siamo offerte un aperitivo in un caffè da poco aperto; Caffè Ambrosiano.
   Che a me fa tanto pensare alla storia del Banco, ma i cocktail lì sono ottimi e anche gli stuzzichini. Abbondanti, per altro; un pezzo qui, un piatto là, avremo messo insieme una lasagna e due buone porzioni di pizza, senza parlare di prosciutto e melone, mozzarelline, bruschette, insalata di riso ed altre delizie.
    Meraviglie dell’happy hour, che con circa sei euro ti riempi le guanciotte a mo’ di bovino ruminante.
    E i cocktail naturalmente; serviti a meraviglia in bicchieroni enormi, che facevi un po’ fatica ad arrivare alla cannuccia.
    Arredo bianco e legno, spazio un po’ stretto a dire il vero, luci soffuse che dopo un po’ viravano verso il blu elettrico. Per me una pessima scelta, per la Ciù un’ottima strategia: così si differenziano dal resto del centro commerciale, creano un’illusione di angolo appartato, mi ha spiegato lei. Un’illusione parecchio illusoria, perché il bar sta tutto aperto in mezzo al corridoio principale.
   Comunque, alla luce ti abitui (dopo un po’ di sorsate nemmeno ci fai più caso) e la musica (per me troppo ritmata) non impediva tuttavia la conversazione.
   In questo clima (e, ripeto, dopo un po’ di sorsate) credo che si sia parlato di avere un bambino.
   Non ho idea di come sia venuto fuori ‘sto discorso: noi odiamo i bambini. Cioè, adoriamo tutti i bambini del mondo, purchè rimangano ovunque si trovano.
   Fatto è che col barlume di lucidità rimasto ho messo in chiaro che io non mi sento affatto pronta.
   La Ciù ha risposto che allora devo sbrigarmi ad entrare nella parte, perché non sono più giovane (sic!) e non c’è tanto tempo da perdere se voglio avere un bambino.
   Io non voglio avere un bambino, ho ribadito. E poi che sarebbe a dire che devo partorirlo io?
   Beh, vorrai mica che lo faccia io, ha risposto la Ciù. Il tono perentorio con cui affermava una tale ovvietà mi ha tolto la voglia di chiederle perché.
   Ma adesso che i fumi dell’alcol sono svaniti, me lo chiedo: perché?
   Bah, tanto eravamo brille, mi rispondo. Ed archivio il discorso.
  
Poi abbiamo guadagnato l’uscita, trascinate dalla musica di Your latest trick dei Dire Straits. 
  
Io mimavo il bellissimo assolo di sassofono, mentre la Ciù mi suggeriva di darmi un contegno.

Mitilene è passata di qui alle 17:52


sabato, 03 settembre 2005

   Ho una teoria originale, ma forse nemmeno tanto balzana; il fast food è nato nel Sud Italia secoli or sono e McDonald lo ha solo industrializzato con una standardizzazione rigorosa.
    Ma prima non era così. E ancora adesso, girando per Palermo, si viene investiti dal penetrante effluvio delle rosticcerie, più o meno ambulanti. Al liceo, in ricreazione, il panellaro piazzava il suo furgoncino davanti ai cancelli e noi da dietro le ringhiere si faceva a gara per conquistare un panino panelle e crocchè1, sporgendo le nostre cinquecento lire.
   Era l’epoca dei paninari, e questa ne era la nostra interpretazione. Tutti vestiti NajOlerari, BestCompany e Timberland, ma con certe focacce enormi tutte bene imbottite; che la prima volta che ho visto un McDonald vero mi è venuta giù una tristezza che non vi dico.
   Eravamo a Milano, primo viaggio da giovani laureati senza adulti intorno. Cercate di capire; è storia di una decina di anni fa, le nostre prime frequentazioni fuori isola e McDonald a Palermo ancora non c’era. Naturalmente, arrivati a Milano siamo andati a mangiare lì, per avere qualcosa di esotico da raccontare.
   Ora, se vai nella panineria per eccellenza, nella città in cui ha preso piede la moda paninara, il giusto che ti aspetti è di trovare dei panini. Quindi, andiamo al banco ed ordiniamo i nostri panini: chi formaggio e prosciutto, chi mozzarella e pomodoro, chi tonno e maionese.
   I McBoys si guardano fra loro, ci guardano, si guardano di nuovo. Anche i clienti in fila ci guardano. C’è un brutto silenzio intorno.
   «Ho capito, è tutta roba americana», dice Emma, la più cosmopolita fra noi: «Allora vada per gli hot dogs.»
   «Solo hamburger», risponde gelido il cappellino rosso. Dev’essere una candid camera, pensa fra sé; oppure un test a sorpresa dell’azienda per metterci alla prova. Tanto più che la nostra amica cosmopolita sfoggiava, come di consueto, un procace decolleté e certi occhi verdi da rimescolarti gli ormoni in circolo. «Il menù è lì sopra», e ci indica i tabelloni illuminati.
   «Vabbè, tre hamburger».
   Al nostro racconto la mia Zietta centenaria (allora novantenne) si sbellicò dal ridere: «Vuatri giovani vi fati futtiri da tutte le novità!». E mi spiegò che il fast food c’era già quando lei era bambina.
   Oltre alle sunnominate panelle e crocchè, si potevano apprezzare anche quarume, stigghiole, pani ca meusa, pitinicchi e masciddaru2. Sempre di roba grassa e fritta si parla.
   L’intero popolo di muratori, carrettieri e mastri3 (non essendoci granchè di fabbriche, non c’erano nemmeno operai né mense aziendali), a metà mattina sbranava un panino di questi e subito tornava al lavoro.
   Se i direttori del marketing di McDonald avessero parlato prima con Zietta, si sarebbero resi conto che aprire un punto vendita in Sicilia non era una grande idea. Però, hanno fatto di testa loro e ad un certo punto Mc è sbarcato a Palermo, in pieno centro in mezzo a Piazza Politeama. E la gente è corsa a vedere.
   Ci andavano di sera, ad orario pub, appunto pensando che lo fosse; una massa di gente, intendo. Hanno dovuto assumere dei buttafuori. Ma giusto il tempo di smaltire la novità anche in provincia e il McDonald di Palermo si è trovato con un’affluenza molto ridotta; qualche festa di compleanno per bambini, e quasi nessuno in pausa pranzo.
   E per forza. Quale impiegato vuoi che si affretti, ingozzandosi di roba surgelata, quando alla tavola calda accanto può gustare pasta al forno, sarde a beccafico, cardi in pastella, caponata di melanzane, cassatina o cannolo e caffetino?
   Per cosa poi, per tornare di corsa al lavoro? Ma figurati!
   Ormai sono anni che non faccio un sopralluogo in zona. Se alla fine hanno vinto loro ditemelo, ma con delicatezza.
 
1,2,3 Stavo per spiegarvi di che si tratta, ma ora che ci penso è meglio che facciate una ricerca in rete; così scoprirete un sacco di altre cose interessanti sull’argomento.

Mitilene è passata di qui alle 09:06


martedì, 16 agosto 2005

   Abbiamo pranzato cinese a casa; take away.
Anna ci riconosce al telefono dall’ordinazione: «Vorremmo spaghetti di riso ai tre deliziosi, senza gamberi…», e lei continua da sé: «Llavioli gambeli, anatla con spezie, bambùfunghi saltati». Sì, siamo noi.
   Tempo di arrivare e le nostre vaschette sono pronte. Vedendomi da sola, Anna subito chiede: tua amica dov’è? Oggi lavolo?
   Ci mancherebbe. Almeno oggi la Ciù aspetta in casa e riposa.
   «Qui semple apelto! Oggi ventuno plenotazioni!» Dice lei, radiosa, e mi indica la sala che in effetti è già abbastanza piena di variegata umanità.
   Ora, se ci sono ventuno persone che prenotano (più altre che non hanno prenotato) per pranzare in un ristorante cinese della periferia cittadina il giorno di ferragosto, non venite a raccontarmi che l’economia è in crescita, il PIL sta risalendo e si lavora per rilanciare il turismo.
    Per quanto la cucina di Anna sia squisita.
   Noi, almeno, abbiamo spazzolato ogni vaschetta; ognuna le sue, tranne bambù e funghi che è un piatto condiviso poiché la Ciù ama il bambù e odia i funghi; io al contrario.
   Non so se avete presenti i funghi cinesi. La Ciù ne punzecchia uno dal mio piatto con la punta delle bacchettine, lo ispeziona con attenzione, lo tira su lasciando gocciolare il sughetto, lo annusa circospetta e poi lo mangia, masticando vistosamente la polpa carnosa. E non ha un’espressione compiaciuta.
   «Bleah! Ma come fai a mangiare ‘sta roba? Sembra la suola di gomma delle Nike!»
   «Che ne sai! Le hai mica mai ass…»
   «Non chiederlo» mi ingiunge, puntandomi contro le bacchette. «N-o-n chiederlo».
 
   E a proposito di robe orientali, parliamo di origami. Nel ristorante di Anna, fra l’ordinazione e la consumazione, passo il tempo a studiare come piegano i tovaglioli. Con la carta, il meglio che riesco ad ottenere è un aeroplanino sbilenco; già la barca è troppo difficile per me.
   Immaginate quindi con quale accanimento mi dedichi a piegare magliette da un paio di giorni, dopo aver visto questo

Mitilene è passata di qui alle 16:52

 
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