lunedì, 05 maggio 2008

  "Permettimi di darti un consiglio, tesoro - dice il giovane gay rampante ad un ragazzino amante della moda: - Sii sempre te stesso, indossa quello che ti piace e impara a correre più veloce degli altri."
                                                                    (Ugly Betty)

Mitilene è passata di qui alle 18:24


martedì, 29 aprile 2008

   E' come un cono gelato con una montagna di panna montata sopra, quando arrivi alla punta in basso della cialda, che è tutto finito.
   Come un temporale, quando i lampi si diradano e i tuoni rimbombano sempre più lontano, mentre tu invece vorresti star sveglia tutta la notte per goderti l'atmosfera.
   Come quando hai fatto una bella gita da bambina e il pullman torna verso casa, che si intravedono i primi palazzi del tuo quartiere e le strade note prima di arrivare al parcheggio, e si smette tutti di cantare l'ultima canzone per chiudere gli zaini e infilarsi il giubbino.  
   E' come la tristezza immensa alla fine del piacere più godurioso di cui hai assaporato ogni momento e che vorresti non finisse mai.
   Come quando inizi a frugare in rete per cercare altre notizie, documentarti, condividere, perchè non può essere davvero che una cosa così bella scivoli via senza trovare nessuno che voglia parlarne.  
   Insomma, l'attualità fa rabbrividire; la vita basta appena a se stessa; ma, perbacco, Six Feet Under è la perfezione fatta telefilm in cinque splendide serie.

Mitilene è passata di qui alle 17:32


domenica, 24 febbraio 2008

   Ma secondo voi è più cattivo il giudice Turpin, che da l'avvio a tutta la vicenda per senso di onnipotenza garantito a norma di legge; la signora Lovett, che potrebbe far riunire la famigliola ma preferisce accaparrarsi il bel tenebroso e la fornitura di carne; o il signor Todd medesimo, che vive ormai solo per la vendetta? 

Mitilene è passata di qui alle 21:04


martedì, 18 settembre 2007

   Io sono sempre stato molto paziente con la mia umana, dico davvero; e ho anche leggiucchiato il saggio sui Simpson e la filosofia da sopra la sua spalla.
   Ma se non la pianta di tenermi a pancia in su contro il soffitto della mezza mansardina, cantando "Spiderpork-spiderpork-il soffitto tu mi sporc!", giuro che stavolta chiamo la protezione animali.


   The Simpson, il film che ti tiene col fiato sospeso lungo i titoli di coda
   Irwin, Conard, Skoble - I Simpson e la filosofia - Isbn edizioni

Mitilene è passata di qui alle 18:22


domenica, 20 agosto 2006

Non so le altre categorie professionali, ma gli insegnanti d’estate dimagriscono. 
Nulla di misterioso; semplicemente non abbiamo più distributori automatici di merendine tentatrici sparse ai due capi dei corridoi.
Si sa, quando fai assistenza all’intervallo, su e giù, giu e su, ogni volta che passi di là prendi qualcosa; per far compagnia ai colleghi, per fare una chiacchierata informale con gli studenti, come sostituto del pranzo quando stacchi a sesta ora e subito devi correre verso qualche collegio docenti, riunione dipartimentale, sportello formativo.
Ma chi non è del mestiere, fraintende e si preoccupa.
Da quando non c’è più la Ciù che cucina, tu salti i pasti, mi dicono.
Ecco lo sapevo, dice la Ciù, che da quando sei rimasta sola non mangi.
Io annuisco e metto su il facciotto tenero; in questo modo riesco sempre a convincere qualcuno a cucinare per me qualche buon pasto.
A onor del vero, lo fanno tutte volentieri; credo non ci sia nulla di più gratificante per una donna esperta ai fornelli che mostrare la propria perizia e cercare nuove discepole cui consegnare raffinate ricette. Dev’essere un istinto genetico, che si scatena con intensità massima di fronte a donne più giovani, ferme allo stadio dell’uovo al tegamino.
Sarà per questo che da due mesi a questa parte le donne che incontro si prodigano in consigli e manicaretti, trasformando le serate da «Vieni a cena da me, che ti presento qualcuna» a «Tesoro, ti insegno questa che è semplicissima; ci riesce perfino mio fratello».
Stanotte però ho avuto un’agnizione.
Mi son vista immersa in un’ atmosfera stile Go Fish, con tante donne di mezza età che si contendevano la mia attenzione; anche se in realtà avrei preferito socializzare con la tizia giovane e carina, che tracannava rosè e stuzzichini, a dispetto del fisico asciutto e slanciato.
«Allora, bellagioia, prendi duetre pomodori di quelli lunghi, li fai bollire, li spelli, li schiacci con la forchetta, un pò d’olio, qualche aroma, e sono pronti per condire la pasta», inizia la signora tracagnotta e spartana. Una ricetta da butch primi anni ’60.
Io ringrazio e fingo attenzione, ma so che non mi cimenterò. Ho una regola semplice: qualsiasi cosa si trovi in natura già dentro i barattoli, non è il caso che io tenti di riprodurla in laboratorio. E per questo i sughi non rappresentano un problema.
«Per i secondi, ti dirò, nulla di più facile: prendi delle fettine di carne, mi raccomando chiedi quelle per l’albese ma tagliate un po’ più spesse, le imbottisci con formaggio grattuggiato e prezzemolo, le avvolgi a mo’ di fagottino (ma non prendere la carne per gli involtini, che è dura, chiedi ben che ti diano quella per l’albese, ricorda), li fermi con uno stecchino e li metti a cuocere in una padella, di quelle con le sponde alte, dove prima avrai preparato un soffrittino semplice semplice: cipolla tritata finissima, un filo d’olio e un goccio di vino bianco, via. Metti su il coperchio, ogni tanto controlla e gira gli involtini. Pochi minuti e son pronti. Gustosi e veloci. È una ricetta che ho inventato per mio figlio, che quest’anno è andato a studiare fuori e non mi mangiava più nulla, gioia della sua mamma». Eccola, la lesbica dai trascorsi etero.
La tizia del rosè, finalmente, si unisce al gruppo: «La carne, che crudeltà! L’alimentazione Vegan fa al caso tuo: equilibrata e sana, con tante ricette gustose», mi dice guidandomi verso un angolo appartato, con il delicato tocco della sua mano sul braccio.
«Mica solo insalata, anzi. Prova ad accompagnarla con il bulgur alle noci: immergi il bulgur in acqua tiepida per un quarto d’ora, che si ammolli ben bene, poi lo schiacci in modo da far uscire l’acqua e lo amalgami con le noci tritate e un pizzico di sale. Poi distendi tutto su un piatto, lo decori con qualche foglia di menta e lo lasci raffreddare un po’ in frigo. Come diceva Marguerite Youcenar: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati, meno vagoni piombati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l'abitudine ai furgoni dove gli animali agonizzano senza cibo e senz'acqua diretti al macello”», conclude la lesbica new age e mi offre un bicchiere del suo vino.
Che non è vino, è una tisana alle bacche di rosa canina: «La porto sempre con me, guarda non saprei più farne a meno; ricca di Vitamina C, per combattere le influenze stagionali, spossatezza e affaticamento. Perché tu non ci crederesti mai, ma sai quanti anni ho io? Cinquantadue, mia cara, ma guarda come sto bene grazie all’alimentazione Vegan! Allora, ti aspetto domani a cena a casa mia? Che facciamo un bel piatto unico insieme, ai cinque cereali…»
«Ma no, ma no signore care; non preoccupatevi per me, davvero! È che sono un’insegnante, per questo dimagrisco…», provo a dire io, guadagnando l’uscita.
Poi tutto si è confuso come in una pellicola bianconero a immagini sgranate, con una tipa secca e ossuta che saltellava per strada a seguito del suo primo, appagante rapporto sessuale dopo chissà quanto tempo.

Mitilene è passata di qui alle 15:01


sabato, 18 marzo 2006

   L'unica cosa che, forse, avrebbe convinto mia mamma ad andare al cinema: la celebre serie televisiva Dallas diventerà un film con John Travolta nel ruolo di J.R.
   Spero solo che la durata del film sia più breve.
   Pace all'anima; c'è stato un tempo in cui ho dovuto dividere le sue attenzioni con il Commissario Rex.

 

Mitilene è passata di qui alle 11:59


lunedì, 06 febbraio 2006

Una tantum, ho visto un film al cinema; ma solo perché mi ci hanno trascinata. Fosse per me, avrei trascorso la domenica in casa al calduccio, ma poi si è deciso di andare al bowling, tutti in gruppo. Solo che era pieno così di gente, c’era da aspettare un’ora e mezza per la pista e allora abbiamo optato per il multisala di fronte, che proponeva una scelta vasta, ma non entusiasmante.
    Io, tanto per dire, abrei scelto Harry Potter o Woody Allen; tutti abbiamo zittito di comune accordo l’unico che voleva Eccezzziunale Veramente e alla fine ci siamo lasciati convincere per New World da un’amica che aveva visto il trailer in tv, bellissimo film, parla della guerra in Iraq e ha vinto l’Oscar.
Per scoprire che niente di tutto questo è vero.
Tanto per dire, in locandina si vede un gruppo di indigeni, il titolo sa più di pionieri americani che marines e non c’è nessun Oscar segnalato. In effetti, avremmo dovuto capirlo subito che mentiva perché le piace Colin Farrell.
Il film è presto detto: una nave di pionieri inglesi sbarca sulle coste americane e si insedia, distruggendo indios e paesaggio. Con la sottile metafora dell’avventuriero fascinoso, che seduce la figlia del capotribù e poi l’abbandona per andare a stuprare altre terre vergini.
La principessa in questione appare di beltà infinita giusto agli occhi di uno come l’avventuriero, che ha navigato dei mesi per mare, imprigionato nella stiva ed è stato graziato in extremis sul patibolo, appena messo piede in terra nuova.
I dialoghi sono surreali: giusto per fare conoscenza, lei alza le braccia al cielo, ondeggia e ripete più volte ahghung-gò (prontamente tradotto come cielo dall’avventuriero) ed emette altri oscuri vocalizzi oscuramente mimati, al termine dei quali i due saranno perfettamente in grado di sostenere profonde conversazioni in perfetto e fluente inglese.
   L’unico gesto a mio parere chiaro è quello della fanciulla innamorata che, dopo numerosi incontri galanti in riva al fiume, fa segno che le sta crescendo il pancione. Tuttavia non c’è traccia di gravidanza e parto nei mesi a seguire.
In primavera, giunti al termine di una regale ospitalità, il capotribù invita i visitatori a tornare da dove son venuti, così come avevano promesso.
    E quelli abbattono tutti e tutto a cannonate, tanto per far capire che hanno cambiato idea.
    Segue scontro sanguinoso, e solo dopo due ore gli indigeni intuiscono che possono dar fuoco al fortino degli inglesi, tutto in legno.
Troppo tardi, perché nel frattempo sono arrivati i rinforzi dalla madrepatria. I nuovi coloni si stabiliscono, mettono su città, prendono la principessa in ostaggio, le impongono usi e costumi europei e se ne strafregano di quelli locali.
Una rubiconda signora le insegna a scrivere le prime parole, il pomeriggio seguente un corteggiatore le porta dei libroni enormi, da leggere insieme. E lei gli svalanga addosso una slavina di domande: cosa sono i minuti, quante sono le ore, perché ci sono i colori?
Poi si sposano, hanno un bimbo e vivono felici. Dopo anni tornano in Inghilterra, ospiti del Re, che in onore della principessa del nuovo mondo organizza un ricevimento sfarzoso, in cui i vari cortigiani le mostrano animali e uccelli della sua stessa terra chiusi in gabbia.
E non ditemi, vi prego, che si tratta di immagine suggestiva e originale. Così come gli infiniti piani lunghi a confronto su erbe incolte americane e giardini reali squadrati, che da soli portano il film oltre le due ore e mezza.
Il finale non ve lo dico, ma è banale anche quello.
Insomma, non mi è piaciuto. Ma io non capisco nulla di cinema e il mio parere vale un tubo, mentre qui il regista è Terence Malick (quello della Sottile linea rossa, coi suoi sette Oscar). Quindi i critici cinematografici, quelli veri, devono arrampicarsi sugli specchi della diplomazia per dire la stessa cosa che ho detto io:

Mitilene è passata di qui alle 19:44


mercoledì, 04 gennaio 2006

   In questo periodo di Harrypotter (ma anche, se non recentissimo, di fumetti Marvel trasposti sul grande schermo), non si contano le dispute fra i puristi della carta stampata e i sostenitori dell'effetto speciale cinematografico.
   Meglio il libro o il film? Le parti eliminate dai romanzi vengono compensate degnamente dal miracoloso realismo della grafica 3D? Boh.
   A me dispiace che nei tre episodi de Il Signore degli Anelli non abbiano trovato posto per Tom Bombadil, tanto per dire.
   I film sono un modo per far conoscere romanzi da centinaia di pagine che pochi leggerebbero, o per invogliare i giovani a leggere poi anche il libro; e questo si capisce.
   Un po’ meno capisco il passaggio contrario: da film a libro. Perché uno dovrebbe leggere il libro tratto da un film che ha appena visto?
   Merchandising, rispondono gli esperti; sfruttare il filone d’oro con libri-diari-quaderni-pupazzetti.
   Poi c’è il caso di quando tutto si avvoltola su se stesso e va in corto; tipo Via col Vento.
   Che era un libro, prima di diventare film; solo che ad un certo punto gli eredi di Margaret  Mitchell, vedendosi scadere i diritti d’autore, hanno dato incarico a destra e a manca perché si lavorasse al seguito.
   Al seguito del romanzo e poi del film, o era prima il film e poi il romanzo, oppure tutti e due contemporaneamente. Chissà.
   Però in tv non si parlava d’altro e c’era pure una trasmissione apposta per fare i provini agli aspiranti attori.
   Allora era un film.
   Ma no, c’era anche il romanzo dietro. Il romanzo per i diritti d’autore, il film per vendere il romanzo. Una cosa così, mi pare.
   Oppure era una produzione televisiva?
   Ma lo zero assoluto sulla questione si poteva raggiungere solo in casa delle Ciù: la volta in cui una coppia di conoscenti venne a trovarci e c’era giusto Cent’anni di solitudine in vista sullo scaffale.
   «Scommetto che non hai letto nemmeno questo libro», fa lei al marito.
   «Di che parla?», chiede lui.
   E lei, guardandoci con sufficienza, risponde: «Eh, come faccio a raccontartelo se neanche hai visto il film!»

Mitilene è passata di qui alle 17:03


lunedì, 19 dicembre 2005

   Come ogni natale vado al cinema, sono una spettatrice annuale per lo più. 
   E siccome a natale danno film per bambini, io poi resto un po’ delusa, come per esempio stavolta con la storia dei pinguini.
   La Marcia dei Pinguini, avete presente? Bellissima fotografia.
   La colonna sonora non mi ha convinta e i commenti di Fiorello sono spesso di troppo; ma forse c’entrano col tentativo forzoso di confezionare a mo’ di film un ottimo documentario. I pinguini sono bravissimi, ma non reggono la parte che gli viene imposta.
   Insomma, non sono attori; non stanno pensando quello che Fiorello interpreta e l’operazione di raccontare i loro comportamenti istintivi secondo le nostre chiavi di lettura è smaccatamente commerciale.
   Che si attribuiscano sentimenti umani ai cartoni Disney passi, ma con gli animali veri proprio non funziona.
   Rimane uno spettacolo grandioso che ha per protagonisti un paesaggio da mozzare il fiato e la pinguinitudine dei pinguini. Il resto eccede la misura.
   Però, a ben pensarci, i pinguini hanno un certo non so che di umano già solo nella forma; sono dei bipedi che si sviluppano in verticale, con le gambette e le ali lungo il corpo, come braccia.
   A vedere la colonia da lontano, sembra un grande corteo in marcia o un assemblamento di piazza.
   E il pinguino solitario, che cammina a spalle curve fino a perdersi nel bianco, sa molto di condizione esistenziale umana.
   Questo documentario, proprio per come è costruito, smentisce la fama di animaletti teneri e buffi su cui il film vorrebbe riposare.
   Il pinguino è drammatico, signori miei; c’è poco da discutere.
   Quello che ci hanno sdoganato nell’immaginario da bambini riguardava i pelouches.
 

Mitilene è passata di qui alle 19:16


domenica, 04 dicembre 2005

   Qualcosa di terribile potrebbe accadere quando al mattimo mi alzo prima di lei, vado a far la doccia e mi dimentico di asciugare per terra.
   Ci sono circostanze in cui una Ciù in accappatoio rosso diventa davvero pericolosa.
   Tuttavia, non c'è cosa più diventente che attardarsi a fotografarla nel momento della sua ira funesta. Tu non oserai pubblicare sul blog anche questo, mi dice.
   E invece...

 

Mitilene è passata di qui alle 20:39


giovedì, 03 novembre 2005

   Sempre a proposito di vita e morte. Seriamente, stavolta.
Cercavo qualcosa da scrivere sul biglietto di condoglianze e ho trovato questa:

  
    La vita non è uno scherzo. Prendila sul serio come fa lo scoiattolo, ad esempio, senza aspettarti nulla dal di fuori o nell'al di là. Non avrai altro da fare che vivere.
   La vita non é uno scherzo. Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate, o dentro un laboratorio col camice bianco e grandi occhiali, tu muoia affinché vivano gli uomini,
gli uomini di cui non conoscerai la faccia, e morrai sapendo che nulla é più bello, più vero della vita.
   Prendila sul serio ma sul serio a tal punto che a settant'anni, ad esempio, pianterai degli ulivi non perché restino ai tuoi figli, ma perché non crederai alla morte pur temendola, e la vita peserà di più sulla bilancia.
                                             (Alla vita - Nazim Hikmet)

   E da già che ci siete, guardate
 Le fate ignoranti, film da cui si evince che un libro di poesie di Hikmet può dar corso ad una serie inimaginabile di eventi...

Mitilene è passata di qui alle 21:38


sabato, 29 ottobre 2005

Il cofanetto di RaiOt, dvd e libro. Compratelo.
Non fa ridere. Le risate sono poche e nervose; raramente liberatorie.
Non starete meglio dopo averlo visto. Anzi, sentirete come un peso sullo stomaco; una roba indigesta di cui non riuscirete a liberarvi facilmente.
Però compratelo lo stesso; soprattutto se avete già acquistato il decoder digitale terrestre e la tesserina mediaset ricaricabile. È dedicato proprio a voi, ve lo siete meritato.
E se invece non vi è rimasto un euro bucato (capita anche questo, lo so) dopo l'acquisto del decoder, sfruttate le potenzialità democratiche e pluraliste del web: iniziate da qui.
   Ma quando vi trovate due soldi in tasca, comprate il cofanetto. E' un modo per purificare il vostro karma, una pena dantesca per contrappasso.
   E' per il vostro bene: fatelo.

Mitilene è passata di qui alle 10:40


giovedì, 08 settembre 2005

(Ovvero: gli allegri paradossi della vita militare)
 
"WASHINGTON - Richiamati ufficialmente e puniti per avere, parole del loro superiore, "giocato a fare gli eroi". E' la colpa di due piloti di due elicotteri della Navy che hanno portato in salvo oltre un centinaio vittime dell'uragano Katrina ma senza aver chiesto il permesso di farlo ai loro superiori. Uno dei due è stato trasferito al canile della base di Pensacola, in Florida."
  Proprio ieri sera la Ciù ed io abbiamo rivisto questa deliziosa commedia.
  E’ la notte degli Oscar.
  L’intera cittadina di Greenleaf nell'Indiana trepida davanti alla tv; il loro compaesano Cameron Drake viene premiato per un film che parla di un eroico soldato americano espulso dall’esercito perchè gay, pur avendo salvato tutti i suoi compagni in Vietnam.
  Il fratello mezzo suonato del professor Brackett,  con la voce rotta dall’emozione, commenta: "Ma non è mica giusto; in fondo aveva ammazzato della gente!"

*******************«Che deliziose tendine!»*******************
 
E guardatevi questo film, che certe battute sono memorabili.

Mitilene è passata di qui alle 17:58


giovedì, 25 agosto 2005

   Nei lunghi giorni di vacanza, vado a scartabellare nella dvdteca della Ciù.
   Mi è capitato fra le mani un film che avevo visto al cinema anni fa; ero andata per dovere. Non puoi andare a Roma e non visitare il Colosseo; non puoi andare a Firenze e non vedere gli Uffizi. Non puoi essere lesbica e non presenziare quando esce un nuovo film a tema.
   Nel caso specifico, questo era una vera schifezza.
   Lost and Delirious, tradotto assai banalmente come L’altra metà dell’amore (Léa Pool, 2001, con P.Perabo, J.Parè e M.Barton), è un film di quelli che si distruggono benissimo da soli, man mano che li guardi e dici: nah, non è possibile, non ci credo, non si può!
   La trama? Una ragazzina timida e impacciata a cui manca l’amore della famiglia, entra in un college femminile in cui gli unici adulti sono due insegnanti e un giardiniere. Sì, la direttrice che insegna anche letteratura e la giovane docente matematica. Stop.
   E non nel senso che queste due insegnanti sono le figure principali e gli altri stanno sullo sfondo; no, proprio gli altri non ci sono. Non si vedono mai, nemmeno di striscio, nemmeno come comparse anonime.
   Che quando guardi le scene corali (il picnic sull’erba, la festa danzante) con ‘ste uniche due tizie, lasci da parte tutta l’atmosfera emotiva in cui si dovrebbe essere immersi e pensi che dovevano proprio essere alle strette col budget.
   Insomma, la ragazzina timida (Mouse) entra in questo college con due sole insegnanti, in cui si studiano due sole materie. Le due insegnanti che (non par vero) ricordano Shirley McLain e Audrey Hepburn di “Quelle due”, sembrerebbero lesbiche e hanno qualche piccola divergenza d’opinione: secondo stereotipo, la profia di mate è dura e inflessibile, quella di lettere è saggia e comprensiva.
   Se non che, di comune accordo, vanno a rompere le uova nel paniere all’unica coppia lesbica di studentesse (Pauline e Tory), piazzandole in stanza la nuova venuta. Che da quel momento assumerà il ruolo di cetriolo in mezzo all’insalata.
   In verità, Mouse dovrebbe essere la voce narrante, l’adolescente che impara il senso dell’amore e il prezzo della libertà. Ma siccome è cretina come la calia, immagina che le due compagne stiano facendo le prove generali per quando avranno un fidanzato e ci mette un bel po’ a capire l’antifona.
   Nel frattempo tutte quante vanno correndo; per i boschi, lungo i viali, intorno al palazzone, di notte, di giorno, abbigliate nei più vari modi (compresi quelli meno adatti alla corsa nei parchi, tipo in pigiama). Correndo, correndo, Pauline trova una poiana ferita e decide di prendersene cura, perché lei ha tanto bisogno di amore e libertà.
   Ad un certo punto, svolta drammatica: la sorellina di Tory entra in stanza con le amiche, la sorprende in atteggiamento intimo con Pauline e, vivaddio, almeno lei capisce di che trattasi. Lo scenario piega verso il massimo della prevedibilità: Tory, la fanciulla di buona famiglia, per salvare le apparenze smolla l’amata e si trova un ragazzo. Neanche a dirlo, il primo che incontra correndo nei prati.
   L’abbandonata Pauline prima si impenna in declamazioni liriche shakespeariane (una citazione che fa tanto “L’attimo fuggente”), poi si arma di cappa e spada e va per ammazzare in duello il rivale, come ai bei vecchi tempi. Ecco che ci risiamo; una fa la donna e l’altra fa l’uomo.
   Pauline è pronta a morire per amore, il ragazzo comprensibilmente no.
   Ciò forse spiega perché continuiamo ad affannarci dietro alla parità dei sessi: quando gli uomini fanno un’ idiozia, noi li guardiamo con distacco; poi, nel timore di esserci perse qualcosa, li imitiamo non appena loro smettono di farla e  ne iniziano un’altra.
   Comunque.
   Segue parapiglia, tutti accorrono per fermare i duellanti e si precipitano verso il college per chiamare aiuto.
   Nel tempo che impiegano loro tagliando per il parco, Pauline ha già fatto il giro largo tra i boschi, ha recuperato la poiana, si è inerpicata sui tetti e sta per buttarsi di sotto.
   E chi guarda, come al solito, si dice: “Mah!”
   Si butta? Certo che sì (cfr. “Il pozzo della solitudine”). Lei si sfracella in terra, ma la sua anima prende il volo insieme alla poiana.
   Tutte piangono, varcando l’età adulta e lasciandosi dietro l’adolescenza.
   In effetti: "Mah!"

PS: Vi chiederete: e il giardiniere che c’entra? Niente; stava lì e dispensava consigli

Mitilene è passata di qui alle 09:55


domenica, 14 agosto 2005

   Errata corrige: Cast Away è del 2000, non del '95. L'ho sparata grossa, mi rendo conto.
E vabbè, ho sbagliato. Ve l'ho detto che stavo stirando.
   Ho cose più serie da fare, cosa credete, che non perdere tempo coi blog!

 

 

Mitilene è passata di qui alle 18:08


domenica, 14 agosto 2005

   Il cinema è un campo in cui mi arrogo il sacrosanto diritto di non essere intellettuale e à la page. Le mie frequentazioni cinematografiche si limitano al periodo natalizio; film di animazione e qualche fantasy suggeritomi dagli alunni.
    Potete ben capire.
Con ‘sti presupposti non mi azzardo certo a fare una recensione convenzionale; tanto più che quelle si trovano ovunque. Io ci provo a modo mio, da spettatrice passiva dei dvd della Ciù; lei li guarda mentre io per lo più faccio altro e mi limito ad ascoltare.
   Stamattina, per esempio, ho ascoltato Cast Away (di Zemeckis com Tom Hanks e Wilson il pallone, 1995), una cosa decisamente inusuale rispetto al solito perché, al contrario degli altri che abbondano di dialoghi e musiche, qui non ce n’è quasi per niente.
   Senti la risacca, gli uccellini, il vento, la pioggia, la tempesta e sai che c’è un uomo solo lì in mezzo. Senti sbattere, cozzare, martellare, stridore di pietre focaie e capisci che ce la sta facendo: ha bucato una noce di cocco, si è costruito un utensile, potrà arrostire qualcosa.
Le poche volte in cui parla, ha veramente senso che lo faccia. Un’esperienza abbastanza simile al leggere un libro; per me assai piacevole.
   Se non fosse che l’essere un capolavoro di product placement commerciale, rende inesorabile la presenza del marchio anche se ti limiti ad ascoltare. Le prime pagine di questo interessante saggio sulla pubblicità1 trattano di Cast Away in modo dettagliato. Motivo per cui, già dai rumori intuivo cosa stava per succedere.
   Risacca, passi sulla sabbia, lui che trascina scatoloni; li apre tutti tranne uno.
   Che assurdità, commenta la Ciù da dietro il pc; potrebbe esserci qualcosa di utile. Ma è scemo?
   No, è fedele all’azienda. Recapitare pacchi è il suo mestiere, la sua mission. Un buon esempio di product placement, che rafforza l’idea di attaccamento al lavoro. Quale che sia.
Naturalmente so già anche questo e glielo anticipo: sta per arrivare Wilson.
   Wilson? Uno che lo salva?
   No, il pallone Wilson
   Ah, Wilson è il nome della marca; realizza la Ciù, vedendo la scena.
E penso a tutti gli americani che hanno disegnato la faccia sui loro palloni Wilson; sarà diventato un tormentone, immagino.
   Se sei un americano del ’95 che vuol comprare un pallone, quale marca ti verrà in mente? Wilson.
Quello su cui Tom Hanks disegna la faccia col proprio sangue. Hai presente, no?
   Altro product placement commerciale, molto ben fatto.
  
   Ma com’era il film, in fin dei conti?
Che ne so; chiedetelo alla Ciù che lo ha visto. Io stiravo.

1Gerardo Conti, Occulta sarà tua sorella!, Ed. Castelvecchi 2004

Mitilene è passata di qui alle 16:11

 
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